La fisioterapista bresciana: «La mia Dakar 2024 dietro le quinte»

«Da buoni italiani ci siamo portati dietro un bancale di cialde e 14 kg di caffè, con moka annessa. Qui si sta in piedi così». Miriam Orlandi risponde alla chiamata verso le 10 di mattina. Dove siete? «Difficile dirlo. Al-Ahsa, ma non saprei dire esattamente dove», è la risposta tra un sobbalzo della linea e l’altro.
Osteopata e fisioterapista bresciana, Orlandi si trova in Arabia Saudita dal 31 dicembre per attraversare il deserto sul camion addetto all’assistenza sanitaria del team Fantic, uno dei partecipanti alla Dakar 2024. Partiti da Al-Ula e diretti a Yanbu, dal 5 al 19 gennaio gli oltre mille partecipanti da tutto il mondo devono percorrere 7.891 chilometri su auto, moto, quad e camion per completare le 12 tappe di questa 46esima edizione del rally estremo.
Orlandi, appassionata motociclista («guido la mia moto da quando ho 19 anni»), è arrivata in anticipo per preparare tutto il necessario per seguire i tre piloti Fantic, Tommaso Montanari, Jeremy Miroir e Jane Daniels. «Ci siamo occupati di ritirare i mezzi e coordinarci fra noi, visto che nessuno si conosceva – racconta –. È un momento fondamentale perché da lì viviamo in contatto 24 ore su 24».
Se la partenza è alle 7, la sveglia per Orlandi e i meccanici è puntata alle 5: le due ore servono per scaldare le moto, preparare la colazione, sistemare le tende da campo e i tavoli. E poi di nuovo via con lo smontaggio. Di giorno gli autisti dei camion guidano anche 14 ore consecutive per arrivare prima dei piloti. Oltre a chi sistema ruote, candele, olio del motore, ecco che inizia il lavoro della vulcanica fisioterapista bresciana: «I piloti guidano in piedi tra le dune del deserto per ore. Arrivano con forti tensioni alle braccia, disidratati, con la schiena distrutta o, come nel caso di Daniels oggi, con le mani piene di vesciche per via del caldo e della polvere sotto i guanti» racconta. Lei si occupa di rimetterli in sesto prima della partenza successiva. «La Dakar è una gara estrema, ci si fa male e succede che la gente muoia durante il percorso – prosegue Orlandi –. Ecco perché il lavoro che sta dietro al rally è essenziale, ma lo si conosce pochissimo».Del mestiere dietro le quinte lei parla in un modo che definisce «dissacrante». Supera le immagini spettacolari delle moto nel deserto e affonda nella routine dei piatti piccanti preparati dai catering, delle docce ogni tre giorni, delle 4 ore di sonno e della non sempre facile convivenza con i membri dell’imponente macchina organizzativa. Secondo quanto stima l’osteopata bresciana, fra piloti e team ogni sera i campi sono affollati da circa tremila persone. «È come una grande famiglia, ma come nelle grandi famiglie non va sempre tutto bene – ride –. Sapevo che sarebbe stata tosta, anche se il lato fisico non mi pesa». Per Orlandi, abituata a viaggi sulle due ruote in solitaria (che racconta sul suo sito e sulla sua pagina Facebook), la sfida sta più nell’aspetto relazionale: «Viaggiare da sola non è come farlo in dodici…». E però, nonostante i sacrifici, sta anche qui il bello di un’esperienza difficilmente ripetibile come l’assistenza di un team alla Dakar: «Tanto faticosa quanto affascinante».
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