Venezia ostaggio dei nuovi signori del neoliberismo

Il matrimonio di Jeff Bezos e Lauren Sanchez ha restituito la percezione di come l’accumulazione di ricchezza di pochi abbia ricadute generali sull’intera società
Jeff Bezos a Venezia - © www.giornaledibrescia.it
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Una città sotto sequestro la Venezia di queste giornate. In parte, si tratterà pure di un’esagerazione, utile tra le altre cose ad alimentare un certo tipo di attenzione mediatica, ma per altri versi c’è – decisamente – del vero in questa affermazione. Di sicuro, la calata dei vip sulla città lagunare in occasione del matrimonio di Jeff Bezos con Lauren Sanchez restituisce la percezione di come la smisurata accumulazione di ricchezza di pochissimi happy few abbia ricadute generali sulla società non riguardanti esclusivamente i rapporti di forza economici. È sempre stato così, certamente, ma nella nostra condizione postmoderna le implicazioni vanno perfino al di là delle dure leggi dell’economia politica.

E ne è una conferma la non paradossale convergenza in questo weekend, proprio a Venezia, dell’overtourism di massa (un considerevole problema, che si proietta su tutta la Penisola) e dell’enclosure e requisizione di alcune sue zone a beneficio dei 250 invitati dell’evento e dei party nuziali di «Mr. Amazon». Una rappresentanza esemplare di quell’iperesigua fetta di umanità «dell’1%» (a sua volta suddivisa in cerchi via via più ristretti di possessori di patrimoni magniloquenti, sino ad arrivare alla quota dello 0,1%) che detiene la maggior parte della ricchezza mondiale, e il cui patrimonio nell’ultimo decennio si è ulteriormente incrementato di 33.900 miliardi di dollari (dati Oxfam).

Tra no-fly zone e sommozzatori a presidiare le acque veneziane il matrimonio è accompagnato da un dispositivo di sicurezza in stile G20 per fronteggiare le (legittime) proteste, trasformate in spauracchio e dipinte alla stregua di un assedio, mentre verrebbe da dire – senza essere neppure lontanamente simpatetici con nessuna forma di populismo – che ad assediare la città sia piuttosto la delegazione di supervip scesa su di essa come una falange armatissima di dollari. Questo matrimonio – che «s’ha da fare», ovviamente, ma in un altro contesto – rappresenta un’istantanea precisa dello stato delle cose nelle sfere del potere contemporaneo, impasto e coacervo di businessmen, politici, regnanti, star dello spettacolo e dello sport, uniti dalla condizione della celebrity e dal possesso di smisurate quantità di denaro.

Figure amalgamate, nella loro separatezza dal resto dell’umanità, dalla globalizzazione di matrice neoliberista, che li rende cittadini di ogni dove, sradicandoli dalle limitazioni dello spazio (e, per alcuni aspetti, anche del tempo), a differenza di tutti gli altri abitanti della Terra. La loro manifestazione più recente – una categoria nella quale rientra il medesimo Bezos – è quella dei tycoons delle nuove tecnologie, attualmente corrispondenti a degli autentici tecnofeudatari. Il «neofeudalesimo digitale» (o «neoaristocrazia digitale») identifica l’etichetta che meglio cattura, infatti, le relazioni di potere attuali e lo spirito dei tempi, secondo una chiave di neopatrimonialismo (molti di questi nuovi Masters of the Universe dispongono del controllo diretto di risorse pubbliche, o ne ricevono come pagamenti per i loro prodotti e servizi) e di sfoggio deliberato delle loro ricchezze.

Lontani anni luce dalla sobrietà che – ancorché con una certa dose di ipocrisia – aveva contraddistinto lo status pubblico della borghesia moderna, i plutocrati di quella postmodernità nella quale la società dell’immagine ha rotto ogni argine spendono, spandono e, per l’appunto, ostentano sfacciatamente. Per giunta all’insegna di una scarsa originalità e di quell’insostenibile pesantezza del kitsch che costituisce, malauguratamente, l’ultima manifestazione di interclassismo ancora esistente...

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