In Romania ha vinto l’Europa, ma la democrazia resta fragile

Un risultato per nulla scontato, che allontana l’influenza russa ma non risolve il grande tema della fragilità della democrazia e di quali strumenti utilizzare per proteggerla. Domenica in Romania nel secondo turno delle elezioni presidenziali si è imposto il candidato europeista Nicusor Dan sul leader di estrema destra George Simion. Una vittoria salutata con un sospiro di sollievo da Bruxelles e che ha completamente ribaltato l’esito del primo turno in cui Simion leader dell’Alleanza per l’Unità dei romeni aveva ottenuto il 40% dei consensi e con questo capitale politico e di voti si era presentato al ballottaggio appoggiato anche dalla nouvelle vague della destra globale e sotto gli occhi interessati di Mosca.
Simion incarna la nuova destra sovranista: critica verso la Nato, l’Ue e i diritti civili, con l’appoggio del fronte trumpista, ma che strizza l’occhio a Mosca alla luce della sua posizione anti-Ucraina. Ufficialmente per questioni nazionalistiche, ovvero per la difesa della minoranza romena in Bucovina; in realtà per simpatie mai celate anche per Putin. Nicusor Dan, sindaco di Bucarest e candidato indipendente, era fermo al 20% al primo turno. Al ballottaggio ha conquistato il 53,6% dei voti balzando da poco meno di 2 milioni di voti a 6 milioni e 100mila al secondo turno, mentre Simion è passato solo da 3,8 milioni di voti a 5,3.
Ma la destra è arrivata all’appuntamento elettorale sospinta innanzitutto dal malcontento popolare per l’annullamento lo scorso dicembre del primo turno delle elezioni dopo la vittoria del candidato Calin Georgescu finanziato e sostenuto dai russi. Una scelta che, secondo molti, ha oltrepassato le prerogative della Corte costituzionale, annullando il voto per interferenze da parte di uno Stato terzo: la Russia. Una scelta stretta tra legalità e legittimità costituzionale portata avanti non tanto e non solo per difendere una democrazia (quella romena è giovane, molto fragile e sporcata continuamente da casi di corruzione), ma per tutelare uno spazio politico, quello europeo.
La Romania si trova lungo una vera e propria linea di faglia geopolitica, dove si confrontano Europa e Russia. Arrivando ad estremizzare quanto accaduto a Bucarest il dicembre scorso si potrebbe dire che in nome della difesa della democrazia, dello stato di diritto e dell’integrità dello spazio europeo si è forse operata una scelta antidemocratica.
Una decisione che ha fornito una facile sponda alle accuse dei sovranisti (che di base non credono molto nel sistema democratico), ma addirittura al vicepresidente americano Vance che nella sua prima uscita europea alla Conferenza di Monaco ha sì lasciato intendere l’interferenza russa ma ha al contempo criticato la debolezza della democrazia romena (ed europea at large), demonizzando anche un’Europa incapace di difendersi e liberticida (ma in questo ultimo caso si riferiva alla messa all’angolo dei neonazisti di AfD).
Visti i presupposti e il grande vantaggio ottenuto al primo turno da Simion domenica ci si poteva aspettare una sua affermazione e un’ennesima crisi politica che a cascata avrebbe potuto portare a nuove elezioni politiche, anticamera di un ulteriore slittamento in orbita russa di Bucarest. Così non è stato, c’è stata una grande mobilitazione filoeuropeista: almeno due milioni di votanti in più che probabilmente all’idea di avere un presidente simpatizzante contemporaneamente di Putin e Trump hanno preferito scommettere su una figura indipendente, europeista e con un dottorato in matematica alla Sorbona.
Non è forse nemmeno un caso che Simion abbia ottenuto la vittoria tra i romeni all’estero: più soggetti paradossalmente alla retorica del complotto democratico e forse meno consapevoli della pressione russa sulla politica romena. Nel risultato vi è indubbiamente un aspetto legato al valore «deradicalizzante» del ballottaggio con soglia 50 più uno. Al primo turno può imporsi più facilmente un candidato estremo che ha l’elettorato più militante come Simion. Al secondo turno, invece, prevalgono altre logiche, come le seconde scelte degli elettori che fa sì che la vittoria di un estremista sia molto più difficile. Ad ogni modo, il successo di Nicusor Dan ha rafforzato l’asse europeista di Bucarest, confermando la posta in gioco geopolitica già emersa con chiarezza nei mesi precedenti. Le elezioni non sono state solo un fatto interno: hanno ribadito che la Romania resta, agli occhi dell’Ue, un avamposto strategico sul fronte orientale
Quindi scampato pericolo? Assolutamente no. Pur uscito sconfitto, George Simion si conferma interprete di una nuova destra transnazionale: populista, illiberale, filoamericana trumpiana e filorussa. La sua avanzata, anche se arginata, è un campanello d’allarme per tutte le democrazie europee. Inoltre ciò che è successo in Romania è stato ben oltre il limite di quanto potremmo definire democratico. L’esito elettorale ha ridato respiro alle istituzioni romene e legittimato, agli occhi di molti, la scelta di bloccare Georgescu. La Romania ha salvato la sua collocazione europea. Ma fino a che punto è lecito forzare le regole democratiche per salvare la democrazia?
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