Sarà un’Unione in lotta: finisce l’era del soft power in Europa

L’Unione europea ha attraversato negli ultimi 70 anni molte fasi critiche. Ma forse mai come oggi per l’Europa la posta in palio è davvero esistenziale: gli amici di ieri sono oggi ostili, mentre coloro che erano a vario titolo contendenti del progetto europeo ora sono nemici certificati. Non è un caso quindi che il discorso sullo Stato dell’Unione tenuto da Ursula von der Leyen di fronte al Parlamento europeo abbia assunto toni drammatici con una valenza ben superiore ad altri interventi suoi o dei predecessori. Un discorso a tratti duro, in cui si è parlato quasi più di guerra che di pace.
Non una guerra guerreggiata, sia chiaro: piuttosto l’approccio si vis pacem, para bellum, in chiave dunque di riarmo in un orizzonte di nuovo hobbesiano delle relazioni internazionali, che in fondo solo le anime belle hanno considerato tramontato grazie proprio all’amorevole ombrello politico sotto cui l’Europa stessa ci ha tenuto dalla fine della guerra fredda. Quello di von der Leyen è stato un discorso che potremmo definire geopolitico: ha posto in maniera problematica la postura dell’Unione in un mondo in cui gli europei dovranno battersi per la loro libertà, per i loro valori e il loro futuro democratico. Viene così archiviata, al momento, l’idea del «soft power»; al suo posto è stato evocato addirittura il «muro di droni» per difendere il fianco est dell’Unione dall’aggressività russa.
Europe is in a fight.
— Ursula von der Leyen (@vonderleyen) September 10, 2025
A fight for our liberty and our ability to determine our destiny for ourselves.
This must be Europe’s Independence Moment.
A moment we can seize if we're united ↓ https://t.co/EcrY5Mi7kU
L’incidente notturno in territorio polacco con i droni di Mosca in azione in una zona di confine tra Bielorussia, Ucraina e Polonia non ha fatto altro che enfatizzare ulteriormente i toni di una presidente della Commissione chiamata a rispondere ai tanti detrattori che le hanno contestato in questi primi mesi del suo nuovo mandato innanzitutto una certa debolezza, in primis nei confronti di Trump, ma soprattutto arrendevolezza sull’altro fronte bellico, quello geoeconomico dei dazi. Per questo von der Leyen ha alzato i toni difendendo il brutto accordo commerciale con gli Usa, rileggendolo in chiave di realpolitik quasi fosse l’unica possibilità per Bruxelles a fronte di un mondo sempre più ostile, ma anche in nome della difesa di milioni di posti di lavoro. In ogni caso, quasi a ribadire una nuova stagione per l’Unione europea, il tema della competitività industriale e del commercio è stato associato alla necessità di indipendenza: Bruxelles rivendica un proprio diritto a stringere accordi commerciali che siano convenienti in primis per gli europei. Insomma, da potenza mite a sovranità europea.
L’approccio da guerriera della tedesca deve comunque fare i conti con le diverse posizioni tra i ventisette stati membri, che rischiano di vanificare molte delle promesse formulate davanti all’emiciclo di Strasburgo. Soprattutto per ciò che pertiene la politica, la trappola del voto all’unanimità è un fardello difficilmente eludibile: per questo viene evocata la necessità di un cambio dei trattati per rendere più snella ed efficace la definizione della politica estera. Un controsenso, se pensiamo che la sicurezza e la difesa restano ancora prerogative degli Stati nazionali: oggi nessuno è disposto a cedere quel pezzo di sovranità a Bruxelles. Ma se non sarà la difesa, sarà la sua infrastruttura con gli 800 miliardi di euro evocati per il riarmo dell’Europa. L’immagine dell’Unione fondata sul progetto Erasmus o sull’Interrail appare lontana, ma non bisogna stupirsi, visto che la richiesta di sicurezza non giunge solo dal Ppe e da von der Leyen (era la priorità con cui i Popolari hanno vinto le Europee); in altri termini, e da altre prospettive, anche le destre europee (in tutte le declinazioni) chiedono politiche di sicurezza, a partire dal livello domestico, sia nelle campagne antimigranti sia per la sempre verde emergenza criminalità. In sostanza siamo di fronte a un continente terrorizzato, con elettori oltremodo impauriti che chiedono garanzie e sempre maggiore sicurezza.
Se la guerra e la sicurezza hanno occupato il centro della scena, altri capitoli sono rimasti inevitabilmente in secondo piano. La democrazia, evocata solo di passaggio così come la questione migratoria, e soprattutto le grandi partite ambientali non hanno trovato lo spazio che molti si attendevano, sia in chiave propositiva sia in quella interdittiva. Con una significativa eccezione che di sicuro allarmerà l’industria bresciana: l’automotive. Sì, perché l’auto elettrica (che sarà «europea e accessibile a tutti i cittadini» a partire dal 2035) si candida a diventare di nuovo terreno di scontro della legislatura, con interessi industriali, occupazionali e ambientali che rischiano di esplodere in fratture profonde tra Paesi e partiti.
Tuttavia è paradossale come, mentre von der Leyen abbia provato a mostrare un volto feroce al resto del mondo, la sua maggioranza stia andando inesorabilmente in frantumi. Ieri, nel dibattito successivo all’esposizione della presidente della Commissione, è andato in scena un nuovo scontro tra Ppe e Socialisti, con uno scambio di accuse durissime e la conseguente rottura anche sulla famigerata mozione su Gaza, che oggi dovrebbe essere votata (e a questo punto bocciata) dall’Europarlamento. Non solo: von der Leyen potrebbe trovarsi, il prossimo ottobre, a fronteggiare altre due mozioni di censura, una della sinistra e una dei Patrioti, che con quella respinta a luglio la fanno automaticamente diventare la leader Ue più contrastata dai tempi di Santer (che si dimise per gli scandali di corruzione). La leader più avversata che vuole guidare l’Unione nei sempre più pericolosi marosi della politica internazionale. Compito davvero arduo.
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