Dall’Ungheria cattive notizie per i sovranisti: l’Europa non ha più alibi

La sconfitta elettorale di Viktor Orban è tanto rumorosa quanto attesa: la caduta arriva dopo sedici anni di guida incontrastata
Sostenitori di Magyar - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La sconfitta elettorale di Viktor Orban è tanto rumorosa quanto attesa. La caduta arriva dopo sedici anni di guida incontrastata dell’Ungheria, durante i quali ha modificato la Costituzione e la legge elettorale svariate volte a suo favore, e in un costante e crescente corpo a corpo con le istituzioni europee (da cui ha fino a poco fa tratto il massimo dei benefici, restituendo solo messaggi distruttivi e antieuropeisti).

Il suo avversario, e quello che sarà il prossimo primo ministro dell’Ungheria, Peter Magyar, è cresciuto politicamente nel partito orbaniano (è stato anche marito della ministra della Giustizia coinvolta in uno specioso caso di grazia legato ad abusi sessuali) e ci vorrà un po’ di tempo per capire se il suo europeismo sia d’opportunità o se saprà riportare Budapest in linea con Bruxelles. Ma il tema resta Orban, la sua parabola e la sua sconfitta, perché una disamina più attenta del caso ungherese potrebbe permettere di capire a che punto sia il fenomeno politico, ribattezzato sovranismo, che attraversa l’Europa dopo il cosiddetto ventennio populista.

La prima considerazione è di carattere generale e coinvolge l’intero continente: il risultato schiacciante con cui gli ungheresi si sono affrancati dal potere ormai tentacolare di Orban (che di fatto aveva sotto scacco l’intera informazione magiara) dimostra che i messaggi di paura, di chiusura rispetto all’esterno e il costante attacco allo stato di diritto hanno stancato.

L’Ungheria è il punto d’arrivo di un’onda lunga iniziata in Olanda lo scorso ottobre con la sconfitta del partito di ultradestra di Gert Wilders e l’affermazione dei liberali di D66. Ma è poi passata dalle presidenziali portoghesi per arrivare fino al voto in Slovenia di tre settimane fa quando, nonostante le interferenze israeliane, il premier liberale Golob ha battuto il trumpiano (e orbaniano) Janez Janša.

Peter Magyar alle urne - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Peter Magyar alle urne - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Insomma, gli elettori europei, da Lisbona a Budapest, iniziano a mostrare una certa insofferenza per i toni sempre conflittuali e per quell’idea secondo cui la democrazia liberale ha fallito. Si potrebbe dire che per il sovranismo si è forse interrotta la fase espansiva e la sua centralità politica europea. Non va dimenticato che fu proprio Orban a teorizzare, oltre dieci anni fa, anche grazie alla consulenza politica di consiglieri israeliani, il valore della «democrazia illiberale», in cui si possono sacrificare sull’altare della sicurezza alcuni diritti fondamentali (a partire dalla separazione dei poteri, con la sottomissione del potere giudiziario da parte dell’esecutivo, che si andava via via sovrapponendo anche al legislativo).

È stato inevitabile, dunque, il conflitto con l’Unione europea, che in una fase di policrisi e all’indomani della Brexit ha sempre preferito «gestire» Orban piuttosto che marginalizzarlo. Ma il premier ungherese si è dimostrato diabolico nel suo agire: forti legami con Putin e con il mondo repubblicano americano (oggi con i MAGA) e da subito con Trump al momento del suo arrivo sulla scena politica.

L’Ungheria, piccolo Stato laterale dell’Unione europea, è diventata negli anni il laboratorio del sovranismo e Orban ne è diventato il leader, tanto che, dopo l’espulsione dal Partito popolare europeo, ha fondato i Patrioti per l’Europa. Un gruppo in cui sono confluite forze come la Lega o i lepenisti del Rassemblement National, provenienti da Paesi ben più importanti dell’Ungheria, ma Salvini e Le Pen hanno riconosciuto nel politico ungherese il ruolo di federatore dei sovranisti, in quanto vero ideologo del movimento che dalla naïveté del populismo si è velocemente trasformato in una forma politica più marcatamente di destra.

La capacità politica di Orban e la sua scaltrezza sono state quelle di porsi alla guida di un gruppo politico che ha dialogato con la destra del PPE, tentando più volte di scardinare l’attuale alleanza politica europeista. Non solo, Orban è stato il condottiero di un gruppo di Stati che potremmo definire «eretici», in costante dissenso con la linea di Bruxelles, della Commissione e del Consiglio UE. Con la Polonia di Kaczynski (fino alla vittoria di Tusk) e oggi con la Slovacchia e la Repubblica Ceca ha formato una sorta di fronda.

Inoltre, da inizio anno sta bloccando il maxiprestito di 90 miliardi per l’Ucraina e il nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia (essendo queste decisioni che necessitano dell’unanimità dei 27). La sua uscita di scena indebolisce la posizione di Praga e Bratislava, che sono più suscettibili alle pressioni di Bruxelles.

Resta un terzo ed ultimo punto. La sconfitta di Orban e di una certa idea di politica costringe ora Bruxelles a uno scatto in avanti. In fondo, l’ormai ex premier ungherese è stato a lungo un alibi per molti: i suoi rapporti stretti con i russi hanno, per esempio, «coperto» l’imbarazzo dei socialdemocratici europei che, in alcune loro forze nazionali, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina su vasta scala, hanno oscillato tra un certo antiamericanismo e veterosimpatie putiniane (la SPD e anche alcune componenti del PD).

Lo stesso Partito popolare europeo, di cui Orban e il suo partito Fidesz hanno fatto parte per 15 anni, non potrà più flirtare con il leader sovranista con la scusa di portarlo a posizioni più ragionevoli e ammansirlo nel suo agire da free rider nella politica europea.

Da Budapest arrivano finalmente buone notizie per l’Europa. Ora chi succederà a Orban dovrà dimostrarsi all’altezza delle aspettative; mentre a Bruxelles, ora che il peggior nemico interno è stato sconfitto elettoralmente, si chiede un cambio di passo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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