A vederla, Raffaella è una signora colorata, gioviale, ottima cuoca, orgogliosa dei propri fiori e della propria famiglia. Quando poi ti rivela quanti anni ha, la smorfia di sorpresa non riesci a trattenerla. Ogni due frasi, si rivolge a suo marito Flavio per coinvolgerlo nella conversazione. Stanno insieme da quasi sessant’anni e da quando anche lei è andata in pensione si muovono sempre in coppia.
Se entri in confidenza con lei, Raffaella ti porta nell’angolo di casa che è solo suo: la postazione davanti alla finestra dove ha sistemato cavalletto, colori e pennelli.
Lì, la mattina presto si ritaglia un paio di ore per dedicarsi alla pittura botanica. È la prima attività cui si dedica, prima del caffè, prima della doccia, ancora fresca di sonno. I risultati sono mirabili, anche se ne godono solo gli amici di famiglia o i parenti. Ed è lì, davanti ai pennelli sottilissimi e alle polveri e ai tubetti e alle compresse di colori che Raffaella si libera della propria storia.
Circa un quarto di secolo fa, Flavio ebbe una malattia gravissima, che lo ridusse in fin di vita. Per una dozzina di giorni rimase in rianimazione. Fuori, in attesa, Raffaella, molto religiosa, fece un voto: se lui si fosse salvato, lei avrebbe chiuso la propria attività e avrebbe cercato un lavoro dipendente. Flavio si salvò. Raffaella chiuse il proprio laboratorio d’arte e trovò un impiego in un ufficio.
Le entrate regolari, gli orari ridotti, le ferie programmabili: tutti vantaggi che le consentivano di essere in famiglia con i tempi e i modi utili per scollinare la difficoltà. Una storia commovente e, in effetti, lei la racconta con gli occhi lucidi. Ha qualche rimpianto, e non lo nega. Recupera ogni mattina. Me lo sono domandata e gliel’ho chiesto: va bene il voto, ma come si convive per ogni giorno della propria vita, per anni, con questa scelta?
Ha risposto senza esitare un momento: «Perché ho la certezza che, a parti invertite, sarebbe avvenuto l’equivalente». In effetti, ogni volta che viene chiamato in causa, Flavio reagisce con un sorriso che è proprio in tutto il viso. Alla fine non saprei dire se il miracolo sia stato quello di venticinque anni fa in ospedale oppure questo: continuare, dopo tutto quel tempo, a cercarsi e ritrovarsi ancora dentro ogni conversazione.



