Opinioni

Una donna africana su due è vittima di violenza

Denunciare è un privilegio che poche si possono permettere. E questo nonostante in molti Paesi africani qualche passo avanti dal punto di vista legislativo sia stato fatto.
Romina Gobbo

Romina Gobbo

Commentatrice

Donne Samburu nel nord del Kenya - Foto/Bonometti
Donne Samburu nel nord del Kenya - Foto/Bonometti

«La sera non vado a fare pipì per paura di essere violentata». Mi rimane in testa questa frase di una ragazza sudanese, perché spiega ciò che significa per una donna vivere in uno slum. L’insicurezza, la violenza e le condizioni igieniche precarie sono la cifra di questi che sono chiamati «insediamenti informali».

La situazione è peggiore in quelli che sorgono all’improvviso, alimentati da un flusso irregolare di persone – l’80% donne – che scappa da conflitti, attacchi terroristici o emergenze climatiche. Tutto questo alimenta la fama dell’Africa come Paese con il più alto tasso di violenza nei confronti della popolazione femminile.

Un Women (Ente dell’Onu che lavora per l’uguaglianza di genere) stima che quasi una donna africana su due sia stata vittima di violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita, ovvero il 44% della popolazione femminile dai quindici anni in su. Ma potrebbero essere anche molte di più, perché i dati sono difficili da raccogliere. Alle donne africane viene insegnato fin da piccole che, in qualche modo, la violenza dipende anche da loro. E che «i panni sporchi si lavano tra le mura domestiche». Denunciare è un privilegio che poche si possono permettere. E questo nonostante in molti Paesi africani qualche passo avanti dal punto di vista legislativo sia stato fatto.

Nel 2023, Lesotho e Togo hanno emanato leggi per proteggere le donne dalla violenza domestica. La Guinea Equatoriale ha promulgato leggi contro le molestie sessuali sul posto di lavoro. Ma un conto è la legge, un altro l’applicazione, in un Paese dove ancora persistono forti disuguaglianze di genere, favorite dall’analfabetismo femminile ancora elevato così come dalla disoccupazione che vede ai primi posti sempre le donne.

Molti progetti di microcredito hanno proprio l’obiettivo di rendere le donne economicamente indipendenti, affinché si possano affrancare da partner abusanti. La violenza porta con sé disturbi psicologici, gravidanze indesiderate, infezioni sessualmente trasmissibili, come l’Hiv, che permane, nonostante l’introduzione dei farmaci antiretrovirali. Nel 2005-2006, nello Zambia l’Hiv si portava via la maggior parte dei giovani adulti, lasciando sulle strade della capitale Lusaka un milione di orfani. Le campagne sociali caldeggiavano l’uso del condom, ma molti uomini rifiutavano perché nell’immaginario maschile la colpa era della donna, che magari era stata infedele.

È passato del tempo, ma le convinzioni sono dure a morire. Così succede che nel Gambia, che nel 2015 aveva abolito le mutilazioni genitali femminili (Mgf), lo scorso 18 marzo il parlamento a maggioranza abbia votato a favore di un progetto di legge che ne prevedeva il ripristino, in «quanto pratiche culturali e religiose profondamente radicate nel Paese». Solo dopo mesi di tensioni e forti pressioni internazionali, i deputati hanno fatto marcia indietro.

Anche se le Mgf sono riconosciute come violazione dei diritti umani, si parla di circa 68 milioni di ragazze nel mondo a rischio. In Africa sub-sahariana, le menomate sono una su quattro. «Correva come una gazzella la mia amica. Doveva essere “tagliata” come tutte noi, ma si ribellava e scappava. Lì ho cominciato ad avere dei dubbi». Gloria, nigeriana, fin da piccola aveva assistito la nonna, ostetrica tradizionale, per apprendere il mestiere, che comprendeva anche la pratica delle circoncisioni femminili. Per lei era la normalità.

Parte dal diffondere consapevolezza il progetto di Cuamm-Medici con l’Africa che, nel nord del Mozambico – altro Paese dove vige un alto tasso di violenza contro le donne e di matrimoni precoci – nel distretto di Oyam, regione di Lango, ha istituito un centralino al quale le donne possono rivolgersi. Il riconoscimento del problema, la presa in carico, l’aiuto concreto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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