Ucraina, 9 mesi dopo l’insediamento di Trump la pace è ancora lontana

Donald Trump si è insediato nove mesi fa. Tra le sue prime promesse vi era quella di porre termine alla guerra in Ucraina in 24 ore. Compito ovviamente impossibile. Nove mesi più tardi, sembra però di trovarsi ancora al punto di partenza o, come nella carta degli imprevisti del Monopoli, di continuare a essere rispediti al via. Sono stati nove mesi intensi di discussioni, colloqui, vertici tra le diplomazie statunitense, ucraina e russa e tra gli stessi leader dei tre Paesi. Scanditi dai maltrattamenti di Zelensky da parte di Trump, ultimo in ordine di tempo quello della settimana scorsa, dalle aperture del Presidente statunitense a Putin e dalle sue occasionali, coreografate irritazioni con Mosca, funzionali in una certa misura a esercitare un po’ di pressione sulla Russia.

Immutati sono rimasti però gli obiettivi di Trump, i mezzi per promuoverli e gli ostacoli al raggiungimento di una vera pace. I primi, obiettivi e mezzi, possono essere schematizzati in cinque punti. Innanzitutto, agisce la volontà dichiarata di disimpegnare gli Usa dal teatro ucraino, riducendo progressivamente gli aiuti militari all’Ucraina e l’impegno di Washington alla sua difesa.
Ovvero, secondo aspetto, delegando all’Europa il compito di garantirne protezione e sicurezza. Attraverso – terzo punto – l’uso di tecnologia militare che può provenire per il momento soltanto dagli Stati Uniti, con i conseguenti profitti per diverse aziende statunitensi e per lo stesso governo del Paese.
Il quarto obiettivo, così centrale nella diplomazia patrimonialista di Trump, è ottenere un ritorno economico, pubblico e privato. Con l’accordo capestro imposto a Kyiv per lo sfruttamento delle sue risorse minerarie, con i contratti che inevitabilmente ne seguiranno e, anche, con il reintegro della Russia e dei suoi asset fondamentali, petrolio e gas naturale, nei mercati globali. Perché il quinto e ultimo punto sono proprio le concessioni che da subito sono state offerte a Mosca: quelle territoriali in Ucraina, ribadite anche nell’ultimo incontro tra Trump e Zelensky, e quelle economiche, a partire dalla rimozione delle sanzioni.
Se i mezzi e gli obiettivi sono chiari – e se tra i secondi va incluso quello, ampio e ambizioso, d’incrinare l’asse russo-cinese creatosi in conseguenza della guerra – resta da capire perché a una pace non si sia ancora giunti. E questo ci porta al ruolo - e alla agency, all’autonomia di azione - dei due belligeranti. Uno, l’Ucraina, rifiuta di capitolare, risponde militarmente all’ultima escalation russa, riuscendo a tenere sostanzialmente immutata la linea del fronte, e cerca in tutti i modi di preservare un appoggio europeo che, con tutti i suoi limiti, continua ad arrivare. L’altro, la Russia, ha ormai un sistema e un’economia completamente piegati alle logiche di guerra e ritiene comunque di poter migliorare la sua posizione sul campo così da trovarsi in una condizione negoziale ancor migliore rispetto a quella attuale.
Washington dispone ovviamente di leve potenti per condizionare entrambe le parti. Non sembra però volerla utilizzare, come abbiamo visto anche nella vicenda della fornitura dei missili Tomahawk a Kyiv. Per il timore di una possibile, incontrollabile escalation. Ma anche perché presupporrebbe, almeno sul breve periodo, un nuovo, pieno coinvolgimento nella vicenda ucraina, proprio quando si ambisce a disimpegnarsene. Ed è su questo che si è determinato un cortocircuito inestricabile, dal quale non si riesce (perché non si può) uscire. Cosicché, 24 ore sono divenute nove mesi che potrebbero, in assenza di svolte significative, trasformarsi ben presto in anni.
Mario Del Pero, docente di Storia internazionale, Sciences Po Parigi
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