L’Europa evoca la guerra, la teme e ne è impreparata

Massimo Cortesi
Il Vecchio Continente ora ha bisogno di responsabilità, di affermazioni chiare e politiche realistiche: l’Europa si è, ahinoi, scoperta impreparata di fronte all’attacco a Kiev, ma non corre pericoli imminenti
Il Parlamento europeo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il Parlamento europeo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Recentemente le dichiarazioni di molti politici europei hanno assunto connotazioni drammatiche: leggendo i titoli dei giornali (quasi totalmente omologati) pare di trovarsi ai confini del confronto militare con la Russia. Che Mosca persegua un’aggressiva politica di potenza con dichiarate mire di conquista è sotto gli occhi di tutti. Ma ritenere in aumento i «segnali» che l’armata di Putin si appresti a sfidare sul campo la Nato è tesi assai labile.

Le ripetute «violazioni» sono nulla più che episodi abituali sui cieli d’Europa e del Circolo Artico più o meno da quando esiste la Nato, ma ora vengono denunciate con toni gravi cadendo però a volte anche nel ridicolo. A cominciare dal sistema gps dell’aereo di Ursula Von de Leyen «bloccato» da «interferenze russe» all’atterraggio in Bulgaria, coi piloti «costretti a utilizzare procedure manuali»: l’autorevole account Flightradar, utilizzato a livello mondiale, ha però rilevato che il transponder dell’aereo ha sempre segnalato un gps «limpido e costante» e che il volo ha avuto solo un ritardo di 9 minuti. Tra l’altro ai velivoli moderni il gps non serve per atterrare perché utilizzano il sistema inerziale (Ins), monitorato dalle torri di controllo. Ma ancora oggi leggiamo «dopo l’attacco all’aereo della von der Leyen...».

Anche il clamore suscitato dalla dozzina di «droni russi» che han sconfinato in Polonia (come è capitato altre volte, in più Paesi) è stato ridimensionato, sia dalla difesa di Varsavia (ma il premier Tusk ancora lancia moniti) sia dalle immagini che mostravano un drone disarmato Gerbera (usato dai russi per confondere i radar ucraini) col muso rattoppato col nastro adesivo adagiato sul tetto di una conigliera dietro un filare di alberi, su cui non si capisce come, non essendo un elicottero, potrebbe essersi posato.

Anche gli spazi aerei di Lettonia, Estonia e Alaska non sono stati affatto «violati»: i jet russi si sono avvicinati alla «zona di identificazione», non nello spazio aereo nazionale, e sono stati «identificati» (non «intercettati») dai jet Nato. Non sono opinioni: il Saceur (Comandate supremo delle forze alleate in Europa) gen. Alexus Grynkewich ha affermato che sui cieli estoni il lieve sconfinamento russo «è stato accidentale», per la ristrettezza del corridoio di volo e la possibile inesperienza dei piloti. Ma tutto ciò è sistematicamente ignorato, sia dai vertici Ue sia da molti leader dei 27 (Baltici e polacchi in prima fila), che, ripresi con enfasi dalla stampa, continuano a parlare di «sfide».

I toni bellicosi sembrano però soprattutto utili a far digerire alle popolazioni europee l’impotenza del Vecchio Continente di fronte alla politica di Trump, che da quando è alla Casa Bianca continua a parlare di «noi e la Nato», come se gli Usa fossero soggetto terzo e non l’apice dell’Alleanza. La sempre più onerosa spesa energetica europea, «forzata» oltre Atlantico, e i massicci investimenti nella difesa (specie per acquistare armi made in Usa che Washington è lieta vengano girati a Kiev, con tanto di «cresta» del 10% sui listini) hanno azzoppato l’Ue: una realtà prigioniera sia di una ignavia pluridecennale sui temi della difesa (confidando nell’ombrello americano), sia di scelte «ecogreen» quasi suicide nel panorama industriale, sia di un sistema di governo lento, frammentato e vittima dei veti nazionalistici.

Ursula von der Leyen - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Ursula von der Leyen - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ma non è onesto agitare «la paura della guerra»: se, come dice Trump, la Russia «è una tigre di carta» che fatica da tre anni e mezzo in una guerra «che avrebbe dovuto vincere in una settimana», perché l’Europa dovrebbe temerla? E perché lo stesso Trump che pochi mesi fa aveva detto a Zelensky che «non aveva carte in mano» ora ha addirittura affermato che l’Ucraina «potrebbe con la calma e il tempo riconquistare le regioni occupate da Mosca» (ovviamente grazie ad altre armi acquistate negli Usa dalla Ue).

Zelensky e Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Zelensky e Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il Vecchio Continente ora ha bisogno di responsabilità, di affermazioni chiare e politiche realistiche: l’Europa si è, ahinoi, scoperta impreparata di fronte all’attacco a Kiev, ma non corre pericoli imminenti (Putin ha già fin troppe gatte da pelare).

C’è tempo per riorganizzare e potenziare i sistemi di difesa, che tali devono restare, specie contro offensive cibernetiche e missilistiche, così da rendere sconsigliabile qualunque velleità e non solo del Cremlino, poiché i «competitori» non mancano sul pianeta. E a proposito di cyber attacchi vale la pena di ricordare che quello che ha mandato in tilt gli aeroporti del Nord Europa non era «russo», ma opera d’un hacker britannico.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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