Dazi Usa, l’equazione di Trump non regge: i rischi per l’economia Ue

Gli economisti si erano già largamente espressi in merito alla motivazione della scelta e ai possibili effetti di sistema. E la reazione delle Borse ha dato voce a cosa pensano i mercati finanziari. Nel merito della verifica dei dati, l’amministrazione di Trump sostiene che i dazi imposti dall’Ue verso gli Stati Uniti ammontino al 39% quando invece, secondo i report della Commissione Europea il dato corretto è sotto il 3%.
In termini di «reciprocità» quindi, il dazio del 20% imposto alla Ue appare molto sbilanciato. Entrando nel dettaglio, come è costruita la formula per il calcolo? La variazione del dazio è calcolata come rapporto tra il deficit commerciale nei confronti di un Paese (quel valore che indica che gli Stati Uniti importano più di quanto esportano verso un Paese, e di quanto) e le importazioni da quel Paese, «pesati» per due parametri: il primo è l’elasticità delle importazioni al prezzo dei beni importati (un parametro che spiega in che modo la domanda cambia alle variazioni del prezzo) e il secondo è il grado con cui i dazi si riflettono sui prezzi nel Paese importatore (detto pass through).
Con il primo parametro si considera quanto i consumatori modificano il loro comportamento scegliendo altri prodotti o riducendo i consumi, quando il prezzo aumenta. Il secondo parametro considera quanto il prezzo può essere assorbito dalle imprese o «scaricato» sul consumatore. Chi ha calcolato i dazi per Trump ha comunicato di aver posto l’elasticità pari a -4 e il pass through a 0,25. L’ipotesi è che a seguito dell’introduzione dei dazi i prezzi dei beni importati aumentino del 25% e il loro consumo si riduca anch’esso del 25%.
I numeri adottati sono plausibili? Lo è il metodo adottato? La ratio con cui è stato costruito è abbastanza chiara: il dazio è stato tarato per azzerare il deficit commerciale degli Stati Uniti nei confronti di un dato Paese. Tuttavia c’è molto da commentare. In primis i parametri adottati non sembrano in linea con le stime che si trovano in letteratura. In un recente report commissionato dal Parlamento Ue a Tommaso Monacelli e coautori e pubblicato il 17 marzo scorso, viene riportata una elasticità nel breve periodo intorno ad 1, ed un pass through del 75%. Secondo queste stime, i dazi sui beni importati in Usa avrebbero l’effetto di aumentare i prezzi degli stessi del 75%, cioè tre volte quanto ipotizzato da Trump, con nessuna riduzione del consumo (elasticità pari a 1 significa che i consumatori «assorbono» interamente la variazione di prezzo dei beni importati senza modificare la quantità consumata).
— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) April 3, 2025
Oltre a ciò è opportuno riflettere che se i dazi sono reciproci, essi dovrebbero bilanciare in modo corretto gli squilibri commerciali. Imponendo dazi solo sui beni e non sui servizi, si gioca a vantaggio degli Usa. Infatti, se si guardano le informazioni fornite dalla Commissione europea, si apprende che la Ue nel 2023 ha avuto un avanzo commerciale nei confronti degli Usa per lo scambio di beni di 157 miliardi di euro ma ha avuto un disavanzo commerciale sui servizi pari a 109 miliardi. Se si considerano entrambi, «l’Ue ha un piccolo surplus con gli Usa di 48 miliardi di euro; ciò equivale a solo il 3% del commercio totale Ue-Usa (1,6 trilioni di euro)».
Come si può ben comprendere non si tratta di una «reciprocità» bilanciata. Ma se si studia meglio la formula adottata da Trump, purtroppo ci sono ulteriori e più gravi problemi.
La formula non tiene in considerazione tutte le caratteristiche economiche del mondo economico, caratterizzato da eterogeneità e dinamicità. Le variabili sono caratterizzate da incertezza e volatilità che muta nel tempo. I Paesi hanno bilance commerciali caratterizzate da differenti panieri: un Paese può esportare solo banane; un altro può esportare chip, tecnologie e verdure; un altro materie prime e semilavorati, etc... I consumatori e le imprese risponderanno in modo differente a seconda della eterogeneità di questi panieri. La equazione mostra fissità nei parametri adottati. Oltre a ciò, i comportamenti di imprese e consumatori mutano nel tempo.
Si sa che la risposta è più rigida nel breve e più elastica successivamente: si tende a non cambiare subito, mentre pian piano che passa il tempo si diversifica.
Insomma, se i calcoli sono effettivamente stati svolti con l’equazione, lo strumento utilizzato è ampiamente deficitario rispetto alla realtà del sistema economico. L’economia aperta (cioè che considera gli scambi tra gli Stati) e dinamica sono quanto di più complesso ci possa essere in economia.
Esistono fior fior di modelli macroeconomici, microfondati su cui lavorano giorni e giorni ricercatori di tutto il mondo e nessuno definirebbe una politica mostrando una unica formula, ma comparerebbe risultati tra modelli differenti e farebbe ulteriori indagini. Se quindi dietro quella equazione non dovesse esserci almeno un modello complesso, la opinione di chi scrive è che molti degli effetti previsti dall’amministrazione Trump si basano su una scommessa sul futuro. Ma l’azzardo aumenta la incertezza del sistema e rallenta l’economia. Ma questo è il tema del nostro prossimo articolo.
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