Servono più progetti e idee, meno slogan da conferenza

Il vertice Nato ci ha ricordato che il re è nudo. Così Giorgia Meloni s’è affannata a dichiarare che, certo, l’Italia raggiungerà con tempi e modi confacenti alla situazione economica, la soglia del 2% nel rapporto tra spese per la Difesa e Pil (che il vertice Nato in Galles del 2014 fissò come «minima»).
Dal 2014 nessun Governo è arrivato al 2%, da Renzi a Gentiloni, Conte I e II, Draghi fino a Meloni. Ma, al di là delle dichiarazioni, la tendenza è addirittura al ribasso: nel 2022 il rapporto col Pil era all’1,51%, nel 2023 all’1,46% e all’1,43 nel 2024. L’anno scorso, a Vilnius, il ministro della Difesa Crosetto disse che l’obiettivo 2% non era «vincolante» e che non si poteva raggiungere prima del 2028 (ma, forse, neanche dopo: la «rimodulazione» del nostro strumento militare parla infatti di «orizzonte 2032»). Per l’Italia lo sforzo sarebbe imponente: il bilancio della Difesa è a 29 miliardi, per raggiungere quota 2% ne servirebbero altri 10.

Ma non è solo questione di risorse: il problema è come e in cosa spendere.
Oggi il bilancio è fatto soprattutto di stipendi. La spesa per il personale nel 2024 sarà 11,1 miliardi, a cui aggiungerne gli 8 dei Carabinieri (che tranne pochissimi reparti non concorrono alla parte «militare»). Tolti i CC, la «funzione difesa» rappresenta solo lo 0,98% del Pil. Dall’introduzione del servizio professionale, 20 anni fa, la spesa per il personale è passata da 9,6 a 11,1 miliardi, nonostante i 9.500 militari e i 10.200 civili in meno: intanto però è stato deciso di aumentare gli organici, portandoli a 160mila (dai 140mila attuali).
Resta il «come»: se la voce investimento, infatti, pare oggi aver invertito la tendenza, le voci operatività (leggi addestramento) e funzionamento (manutenzione, dotazioni e riserve) sono sotto finanziate da troppi anni. Tranne alcuni reparti di eccellenza, l’addestramento delle nostre sempre più sindacalizzate e impiegatizie unità è insufficiente (sorvolando sul livello qualitativo medio del personale, per il quale, per ragioni «egualitarie», sono stati assai ridotti gli standard psicofisici di accesso al «mestiere delle armi»); in Italia poi sono quasi inesistenti i poligoni (anche se ogni Regione dovrebbe metterne a disposizione uno), tanto che per esercitarsi a fuoco i reparti devono spostarsi nell’Est europeo o nel Golfo. I reparti, intanto, invecchiano sempre più: l’età media oggi è già ben oltre i 40 anni.
Inutile continuare la lista di doglianze.
L’Italia, settima «potenza» industriale, ambisce a ruoli internazionali di peso, ma va a nozze coi fichi secchi. A Washington abbiamo recitato la parte, sostenendo l’Ucraina cui doneremo una seconda batteria antiaerea Samp-T: ne avevamo solo 5, contro le 10 della Francia e abbiamo così creato un bel buco nella già minima difesa del Paese.
In queste settimane la squadra della portaerei Cavour incrocia al largo del Giappone e una ventina di velivoli dell’Aeronautica volano in Australia: costoso coinvolgimento strategico nell’Indo Pacifico per mostrare un Occidente coeso in chiave anti cinese.
Magari, visto che chiediamo di rappresentare la Nato nello scenario mediterraneo-africano, sarebbe meglio concentrare le risorse in tale teatro («allargare» il Mediterraneo al Giappone pare un po’ troppo). E, perché no, ispirarci al British Army che scenderà da 84mila a 73mila soldati, puntando sull’efficienza (il personale di Sua Maestà pesa sul bilancio della Difesa per il 30%, non per il 61 come il nostro). Magari ancora potremmo lasciar perdere operazioni come Strade Sicure e Stazioni Sicure, che impegnano 6.800 soldati (5.000 un anno fa) con una spesa di 225 milioni senza alcun ritorno addestrativo, o risparmiare i 420 milioni per la Funzione del personale in ausiliaria (ovvero ufficiali in pensione «a disposizione»).
Dovremmo, insomma, ripensare un po’ la nostra Difesa, parametrandola agli interessi del Paese e alla politica estera, non a quanto c’è in cassa: ma servono progetti, competenza e, soprattutto, fuga dagli slogan da conferenza stampa.
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