Opinioni

Se sono invisibili solo ai nostri occhi

Senzatetto, carcerati, anziani soli. Tre volti diversi della fragilità, accomunati dalla stessa condizione
Una persona senza fissa dimora a Brescia - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Una persona senza fissa dimora a Brescia - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
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Non chiamiamoli invisibili. È semmai la nostra cecità che li ha resi tali: solo nella nostra provincia sono 1.440 i senzatetto censiti dalla Caritas; imprecisato e in continuo aggiornamento il «popolo» delle carceri che, dopo aver pagato il conto con la giustizia, aspira al reinserimento in una società a dir poco respingente. E poi gli anziani soli, mai contati nella loro vastità e complessità, ma sicuramente decine di migliaia.

Nel Natale che – come ogni anno – si è riempito di luci, alberi addobbati e presepi, ecco l’invito a celebrare la rinascita restituendo visibilità a chi fatica a trovare un posto nel mondo. Nel nostro mondo. Il richiamo del vescovo in occasione del Giubileo non lascia spazio all’indifferenza.

Senzatetto, carcerati, anziani soli. Tre volti diversi della fragilità, accomunati dalla stessa condizione: essere ai margini di una società che spesso li ignora, li evita o li dimentica. Ma non sono invisibili loro: siamo noi, poveri di sguardo, a non volerli vedere, a non sopportarne il peso. Allora fingiamo che non esistano, come fossimo intrappolati in una sorta di infantile rimozione dell’evidenza. Per difesa, forse. Eppure la negazione non è soluzione. Anzi. C’è un’ombra che si allunga sulle nostre strade e le nostre case illuminate a festa.

E mons. Pierantonio Tremolada ci chiede – alla vigilia di questo Natale – di aprire gli occhi verso i senzatetto che si scaldano con una coperta di fortuna; i disoccupati che fingono di non avere bisogno di niente; i nonni rimasti soli di affetti e relazioni, doppiamente vittime di un mondo che corre veloce perché la loro lentezza è percepita come un ostacolo e il loro bisogno di relazioni come un peso. E ancora, i carcerati che, scontata la pena, portano sulle spalle un marchio inossidabile quanto il pregiudizio che l’ha generato, impossibilitati a trovare casa e lavoro. Non chiedono elemosina, chiedono dignità. Non vogliono assistenza ma opportunità.

La loro povertà non è solo materiale, è una povertà di ascolto, di accoglienza, di possibilità di riscatto, di speranza. Il vescovo ci chiede non solo di vedere, ma anche di mobilitarci. L’appello si allarga alle comunità, alle parrocchie. Non è solo una richiesta di carità, ma soprattutto di responsabilità. Non basta sentirsi buoni a Natale, ma semmai essere operativi prima e dopo, con reti di sostegno aperte ad istituzioni, imprese, associazioni e cittadini. Non servono gesti straordinari, ma piccoli-grandi atti di umanità che dovrebbero diventare parte integrante del nostro vivere quotidiano.

Come tanti bucaneve: fiore fragile, eppure straordinariamente resistente, capace di sbucare dal gelo della neve, conquistano un nuovo inizio dopo il faticoso passaggio dal dolore e dal gelo. Eccolo dunque il bucaneve di Natale, simbolo di ri-nascita per eccellenza. È il segno di una speranza che non si arrende, di una vita che trova il coraggio di emergere anche nelle condizioni più dure. Il Giubileo alle porte, con il suo significato profondo di riconciliazione e rinascita, è l’occasione per tendere la mano ai «non visti», per ridare loro dignità e valore umano. Per ridare a tutti noi il Senso. Bucaneve 25: un progetto-sfida dalla forza di cambiare il gelo in speranza e vita nuova. Vita vera.

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