I rischi di una tregua precaria e il ruolo di Usa, Ue e Stati arabi

L’accordo attuale, se sostenuto da rigorose garanzie, potrebbe rappresentare un’opportunità concreta di pace
Festeggiamenti a Tel Avis dopo l'annuncio dell'accordi di pace - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Festeggiamenti a Tel Avis dopo l'annuncio dell'accordi di pace - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Dall’operazione di Entebbe del luglio 1976 in Uganda, al rilascio di Gilad Shalit nell’ottobre 2011, il caporale dell’Idf tenuto prigioniero da Hamas per oltre cinque anni, Israele ha costruito una parte significativa della propria identità nazionale sulla promessa di riportare a casa i propri ostaggi, vivi o morti.

E l’annuncio dell’accordo, che prevede la liberazione di 48 prigionieri israeliani, si inserisce in questa stessa linea emotiva e politica. Tuttavia, se storicamente, liberare ostaggi è un atto che cura una ferita profonda, esso non cancella il conflitto di fondo. Una guerra che è entrata nel suo terzo anno e cerca di trovare una risoluzione all’interno del complesso Piano Trump, il quale, in 20 punti, ha l’ambizione di riportare la pace in Medio Oriente e il presidente statunitense a Oslo, per la chimerica consegna del Premio Nobel.

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Il «primo passo» annunciato, la consegna dei restanti ostaggi e il ritiro su linee concordate, rappresenta indubbiamente un grande successo diplomatico: offre speranza alle famiglie dei rapiti israeliani, stemperando anche solo in parte una opposizione interna dura e crescente; apre corridoi umanitari, dando sollievo alla popolazione gazawi e soprattutto crea uno spazio politico concreto per iniziare a discutere delle fasi successive; le sole che potranno consolidare un processo che porti la tregua a divenire una stabilizzazione sostenibile e duratura.

Tutto ciò richiede almeno tre elementi: istituzioni credibili, garanzie internazionali e una soluzione al vero nodo centrale, su cui le posizioni restano inconciliabili: il disarmo di Hamas.

Cosa serve e quali sono i dubbi

Su questi punti è necessario che vi sia un accordo completo sul futuro della governance di Gaza, la quale prevede l’esclusione totale di Hamas e la temporanea assegnazione amministrativa ad un organo internazionale, che gestirà le complesse fasi di messa in sicurezza, stabilizzazione e ricostruzione della Striscia. Le garanzie debbono essere date da Washington, Bruxelles e dagli Stati arabi che partecipano, sia manifestamente, che dietro le quinte a questo accordo, ma soprattutto da parte israeliana e palestinese.

  • Le celebrazioni a Tel Aviv dopo l'annuncio dell'accordo di pace tra Israele e Hamas
    Le celebrazioni a Tel Aviv dopo l'annuncio dell'accordo di pace tra Israele e Hamas - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
  • Le celebrazioni a Tel Aviv dopo l'annuncio dell'accordo di pace tra Israele e Hamas
    Le celebrazioni a Tel Aviv dopo l'annuncio dell'accordo di pace tra Israele e Hamas - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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    Le celebrazioni a Tel Aviv dopo l'annuncio dell'accordo di pace tra Israele e Hamas - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Le prime voci di parziale opposizione, a cui hanno fatto eco gli inquietanti silenzi di Ben Gvir, si sono levate dai banchi dell’ultradestra israeliana come quella di Smotrich. Sul fronte opposto Hamas tenta di mostrare un’unità di intenti che sul campo non ha. Il suo ramo militare, le Brigate al-Qassam, sopravvissuto a mesi di assedio e bombardamenti, rifiuta qualsiasi clausola che implichi la consegna delle armi, punto sul quale per ora non solo non si è discusso, ma per non far naufragare anzitempo ogni speranza si è diplomaticamente evitato di toccare. Resta tuttavia l’elemento indispensabile per garantire la messa in sicurezza della Striscia.

La dirigenza politica, in esilio in Qatar, teme invece che l’intransigenza porti a un isolamento definitivo del Movimento, a vantaggio di nuovi attori armati più radicali o dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che, secondo il Piano dovrà tornare a gestire in maniera unitaria l’aspirazione nazionalista palestinese. L’eventuale liberazione di Barghuthi restituirebbe all’ANP quella legittimità e autorevolezza che Abu Mazen non è più in grado di garantire, rilanciando così il processo di costituzione statuale.

Il ruolo di Barghuthi

Figura carismatica della prima e della seconda Intifada, legato al Tanzim, movimento costituitosi nel 1995 per arginare l’estremismo teocratico di Hamas, Barghuthi rappresenterebbe, proprio per la sua storia politica, un potenziale concorrente per la leadership di Hamas.

In una fase segnata dalla profonda frammentazione palestinese, la sua capacità di parlare a Fatah, ai prigionieri e a una parte significativa della società civile potrebbe dunque apparire non come un ponte verso l’unità, bensì come una possibile alternativa all’egemonia di Hamas sulla resistenza.

Il lato umanitario

All’interno di questo sistema complesso resta prioritaria la dimensione umanitaria, con la presa in carico di decine di migliaia di sfollati e una ricostruzione che richiederà anni e risorse ingenti. E qui si inserisce una ulteriore criticità: senza meccanismi di controllo rigorosi, la distribuzione degli aiuti rischia di essere intercettata o condizionata da gruppi armati locali, compromettendo l’intero processo di ricostruzione. Sarà pertanto necessario elaborare un piano di supporto trasparente per dare forza alla tregua.

La gente festeggia a Tel Aviv - Ansa © www.giornaledibrescia.it
La gente festeggia a Tel Aviv - Ansa © www.giornaledibrescia.it

Entebbe rimane nell’immaginario collettivo come un’operazione militare che affermò la determinazione dello Stato israeliano; lo scambio per Shalit dimostrò invece le potenzialità delle trattative, ma anche i costi politici di lungo periodo ed effetti destabilizzanti che contribuirono al ciclo successivo di violenza. L’accordo attuale, se sostenuto da rigorose garanzie, un piano umanitario credibile, una strategia verificabile per il disarmo e la demilitarizzazione delle milizie potrebbe rappresentare un’opportunità concreta di pace. In assenza di questi presupposti, si profila il rischio di ricadere nel ciclo delle tregue precarie: apparentemente risolutive nel breve termine, destabilizzanti nel medio-lungo periodo.

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