Regionali d’autunno: con la Liguria è triplice la sfida

Ci sono anche Emilia-Romagna e Umbria, per quello che potrebbe diventare un nuovo «election day»
In autunno si voterà in tre regioni © www.giornaledibrescia.it
In autunno si voterà in tre regioni © www.giornaledibrescia.it
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Con le dimissioni di Giovanni Toti, anche la Liguria si aggiunge al gruppetto delle Regioni che andranno al voto in autunno. Se in Emilia-Romagna è stata già fissata la data (17 e 18 novembre), in Umbria non ancora e tanto meno in Liguria, ma – se ci sarà coerenza con quanto è accaduto negli ultimi tempi, quando si sono accorpate addirittura Comunali, Regionali piemontesi ed Europee – è possibile che ci sia un nuovo «election day».

Si tratta di un passaggio delicato, più per la maggioranza che per le opposizioni perché, se la partita per la conferma del centrosinistra in Emilia non è scontata (ma Michele De Pascale, sindaco Pd di Ravenna, è favorito su Elena Ugolini del centrodestra), quelle in Liguria e Umbria (Regioni oggi di destra) sono quanto mai incerte.

In quest'ultima, il centrosinistra schiera la sindaca di Assisi Stefania Proietti (molto quotata, secondo gli osservatori) mentre il centrodestra ripropone l'uscente Donatella Tesei, che vinse nel 2019. Le coalizioni sono in costruzione, non a destra (dove si ripropone la formazione classica) ma a sinistra, dove si deve capire con chi staranno Renzi e Calenda (i loro voti potrebbero essere decisivi).

Renzi e Calenda devono decidere con chi allearsi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Renzi e Calenda devono decidere con chi allearsi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

In Liguria tutto è in alto mare, ma per il centrosinistra si parla di Andrea Orlando e per il centrodestra del leghista Edoardo Rixi (che però ha già smentito di volersi candidare); non è escluso che, alla fine, il prescelto della coalizione già guidata da Toti sia un centrista o un esponente di FdI.

Questa tripla competizione elettorale è fatta apposta per «produrre» un vincitore: uno dei due schieramenti conquisterà due regioni (o tre, se sarà una valanga), quindi le ripercussioni su vincitori e vinti saranno notevoli, anche se chi avrà la peggio proverà come al solito a minimizzare. Una cosa appare certa, a meno di eccezionali sconvolgimenti o di fatti dei quali non siamo a conoscenza: in caso di sconfitta della destra, il governo uscirebbe al massimo un po' ammaccato ma non cadrebbe.

Inutile, per il centrosinistra, coltivare illusioni. Però, se il «campo largo» avesse la meglio, potrebbe rafforzare le intese fra i partiti della coalizione, smussando angoli e differenze fra i «soci» (si sa che vincere aiuta a restare uniti; o meglio, la destra lo sa, infatti va sempre compatta nonostante contrasti interni anche forti, mentre il centrosinistra è troppo «plurale» antropologicamente per poter restare unito a lungo solo in vista della sconfitta altrui – si vedano le esperienze del Prodi II nel 2006-2008 e del governo giallorosa Conte II nel 2019-2021).

Se la destra tenesse l'Umbria e la Liguria, invece, magari tentando il colpaccio in Emilia (o realizzandolo), il governo uscirebbe invece rafforzato, mentre il progetto del «campo progressista» subirebbe un colpo dagli effetti letali (la sconfitta di De Pascale permetterebbe alle destre di espugnare una delle due regioni – con la Toscana – sempre rimaste «rosse», oggi rosèe).

Si preannuncia, dunque, una battaglia serrata, nella quale però stavolta – almeno stando ai pronostici – la coalizione Meloni non sembra partire favorita. Una preoccupazione in più per la premier, già alle prese con le liti fra forzisti e leghisti.

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