Quaresima e Ramadan: una coincidenza, due sfide

Simili e nel contempo differenti. Sole e luna, anche nella scelta dei tempi. Per i cristiani a far da riferimento è il calendario solare, legato alla data di Pasqua; per gli islamici quello lunare, più corto di undici giorni. È per questa ragione che Quaresima e Ramadan coincidono di rado, più o meno ogni trent’anni. Ecco perché viviamo ore speciali e una coincidenza che fa da spunto a qualche riflessione, partendo dal quadro generale.
A guardarle da fuori, laicamente, come si dovrebbe fare, sono le due principali religioni mondiali. Per Pew Research, autorevole istituto di ricerca, le stime indicano 2,3 miliardi di cristiani e 2 miliardi di mussulmani, rispettivamente il 28,8% e il 25,6% della popolazione mondiale.
Una proporzione che nel nostro territorio si sbilancia, ma meno di quanto si possa credere: i mussulmani sono oltre 130mila, più del 10% dell’intera popolazione bresciana. Fin qui i numeri. È ad entrare nella sostanza che ci si imbatte nei primi problemi. Le affinità sono infatti molte (basti pensare alla stessa Quaresima e al Ramadan, i momenti principali per i fedeli dell’una e dell’altra, che hanno precetti comuni: digiuno, riflessione, preghiera, sobrietà), ma altrettante, se non di più, le differenze.
“May this Holy Month inspire us to work as one to build a more peaceful, generous and just world for all people.”
— United Nations (@UN) February 18, 2026
— @antonioguterres as millions of people around the world begin to observe #Ramadan. pic.twitter.com/gUPycedzYA
In questo ha fondamento il secondo scoglio da superare, decidendo che occhiali indossare, cosa mettere a fuoco e darvi risalto, se guardare a ciò che unisce oppure a quanto divide.
Una scelta personale, che interroga ciascuno di noi ed è egualmente comprensibile, ragionevole e in definitiva rispettabile. Perciò ci fermiamo sulla soglia, osservando piuttosto che nell’epoca attuale sia Cristianesimo sia Islam debbono fare i conti con una sfida ardua posta in campo da due temibili avversari, «tentatori» potremmo dire, mutuando il termine proprio dal vocabolario religioso: secolarizzazione e radicalizzazione.
La seconda si esplica in un’interpretazione rigida, assoluta ed estrema del proprio culto. Un processo che si contrasta con due armi pacifiche: dialogo e conoscenza reciproca.
As we begin our journey through #Lent, let us ask the Lord to grant us the gift of true conversion of heart, so that we may better respond to His love for us and share that love with those around us.
— Pope Leo XIV (@Pontifex) February 18, 2026
Brescia, in questo, ha molto da apprendere ma ancor più da insegnare. Per magistero e tradizione, innanzi tutto. Basti pensare a Paolo VI, primo pontefice a promuovere il dialogo interreligioso in modo sistematico, forte del documento conciliare «Nostra Aetate». Un carisma assai diffuso nel nostro territorio, continuamente rinnovato e declinato in numerose esperienze di ascolto e confronto. Ne citiamo due: la «Commissione diocesana sul Dialogo interreligioso» e il «Patto di fraternità», rinnovato di anno in anno dai rappresentati della comunità religiose locali.
La prima invece, la secolarizzazione, richiama qualcosa che il nostro mondo, performante e consumistico, cerca sempre più di allontanare: la dimensione spirituale presente, consapevolmente o no, in ciascun essere umano.
Un’attenzione alla vita interiore, alla rilevanza della coscienza, alla capacità di porsi domande sul senso della vita, del dolore, del bene e del male, all’apertura al trascendente. Una ricerca di senso che attiene tutte le confessioni, al di là della loro forma istituzionale. In definitiva, qualcosa di profondo, che unisce anche quando divide.
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