Opinioni

Nel Salve Regina la «valle di lacrime» del nostro tempo

Alcuni ritengono obsoleta l’orazione, ma anche in questo tempo di benessere non sono venuti meno i pianti di molte persone
La Pietà di Michelangelo
La Pietà di Michelangelo

I liturgisti insistono: il tempo più consono al culto mariano è l’Avvento, fra l’altro sempre comprendente la festa dell’Immacolata, oppure il mese di ottobre dedicato al rosario. La pietà popolare, tuttavia, continua a dedicare alla Vergine Maria il mese di maggio, mese delle rose e della festa della mamma. E le occasioni per esprimere l’attaccamento alla Madre di Cristo da parte della gente non si contano, ovunque, in questo maggio da poco iniziato. E questo fenomeno, che coinvolge non di rado anche persone non molto vicine alla pratica religiosa, fa pensare ad una questione sorta recentemente: vale a dire la considerazione che l’espressione «in questa valle di lacrime» contenuta nella preghiera della Salve Regina, sia ormai obsoleta, superata, non più vera.

Niente di più sbagliato o ideologico anche se a propendere per questa tesi ci sono pareri autorevoli. Ultimo, ad esempio, quello del teologo Armando Matteo nell’interessante opera intitolata «La fortuna di essere irrilevanti», con la specificazione: trasformazioni strutturali di una Chiesa dalla quale nessuno o quasi si aspetta più nulla. L’autore, docente alla Pontificia Università Urbaniana di Roma, sostiene che l’espressione della Salve Regina faceva riferimento a una funzione di «consolazione» proprio della religione cristiana.

In realtà, se è vero che oggi la fede cristiana non può più porsi come promessa di una felicità nell’aldilà perché deve essere accolta come «vangelo della gioia» nel nostro tempo, rimane altrettanto vero che «in questa valle di lacrime» è una espressione ancora attualissima.

La preghiera della Salve Regina, che in gran parte tutti conoscono, è una orazione mariana fra le più antiche: risale al Medioevo ed è tradizionalmente attribuita a Ermanno do Reichenau. Solitamente si recita o si canta, anche nella versione originale in latino, nella melodia gregoriana nota a tutti. Ma della Salve Regina esistono pure capolavori musicali quale quella del Monteverdi composta nel 1624. Esistono anche versioni moderne come quella di Marco Frisina o quella fra il pop e il rock del fortunatissimo film americano Sister Act, con una frizzante Whoopy Goldberg.

Perché, dunque, l’espressione «in questa valle di lacrime» non è di altri tempi? Semplicemente perché in questo nostra epoca segnata dal benessere, dalle conquiste tecnologiche, dalla intelligenza artificiale e dal vertiginoso sviluppo della robotica che facilità anche numerosi problemi domestici, non sono venute meno le lacrime di tante categorie di persone. Ancora: l’epoca dei sovranismi, dei nazionalismi, dell’economia globale che favorisce la ricchezza di pochi, moltiplica le fasce di popolazioni costrette a «piangere» proprio per questioni riguardanti la quotidiana esistenza sempre più precaria, difficile, esposta a tanti pericoli.

Le lacrime dell’umanità continuano a scorrere: sono quelle di tanti civili, bambini compresi, che devono subire in luoghi di guerra, distruzioni, pericoli di ogni genere, fame e mancanza di cure. Sono quelle di intere popolazioni che subiscono discriminazioni in nome della sicurezza e della tranquillità di una nazione.

Non si possono nemmeno dimenticare le lacrime più nascoste, personali e intime: sconosciute ai più. Sono le lacrime di coloro che piangono per un tradimento, una difficoltà familiare, relazionale. Coloro che piangono per la scoperta di una malattia incurabile, per un maltrattamento ingiusto, per la durezza di cuore altrui. Né si contano le lacrime di coloro che piangono la scomparsa di persone care. Anche in questo primo quarto del XXI secolo uomini e donne continuano a piangere su questo nostro pianeta. Tutte le valli dell’umanità sono ancora «valli di lacrime». E non è superata la propensione ad alzare gli occhi al cielo per incontrare quelli di una Madre che, mostrandoci il Figlio, vincitore di ogni male, morte compresa, ci infonde fiducia, coraggio, resilienza. Non è cosa sorpassata: è una strada attualissima da continuare a percorrere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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