Polonia, le ambizioni europee frenate dalle divisioni interne

Tornato al potere nel 2023, a capo di una coalizione liberale e filoeuropea, Tusk sta facendo della Polonia un paese moderno, dal quale viene un contributo attivo alla direzione economica e politica dell’Europa. Un tal meritato riconoscimento gli è venuto dalla Svizzera. Un recente articolo della Neue Zürcher Zeitung ha messo in risalto il dinamismo economico polacco: deregolamentazione, digitalizzazione, innovazione, volontà di riformare, pragmatismo, fiducia nel futuro. Un modello per la Germania, incapace di uscire dalla sua lunga crisi post Covid.
Conclusione della NZZ: «Abbiamo bisogno di più Varsavia a Berlino». Fuor di dubbio, la Polonia ha saputo, più di ogni altro degli undici paesi entrati nell’Ue dopo il 2004, trarre vantaggio dal farne parte. È rimasta fuori dalla Grande recessione, ha contenuto gli effetti del Covid, presenta oggi tassi di crescita invidiabili: 2,9 lo scorso anno; 3,2 in questo 2025; 3,5 atteso per il 2026, secondo le ultime previsioni della Commissione europea. Invidiabile anche il suo tasso di disoccupazione: 2,8. Eppure, mai come oggi il modello integrazionista è sotto attacco.
Le elezioni presidenziali del 1° giugno hanno portato a una coabitazione tra il presidente sovranista Karol Nawrocki, espressione del sovranista Diritto e Giustizia (PiS) e il premier europeista Donald Tusk. Spalleggiato da Donald Trump, l’eletto per una manciata di voti in più rispetto al rivale, non si è risparmiato, e così pare intenzionato a continuare, spericolate invasioni di campo. Abusando del potere di veto presidenziale, previsto nella Costituzione come strumento per usi eccezionali, blocca sistematicamente l’attività del governo, con particolare attenzione a tutto quanto gli risulta in odore di europeismo.
Da ultimo la riforma giudiziaria del governo Tusk, volta a gestire i circa 2.500 giudici nominati dal precedente presidente Andrzej Duda su raccomandazione del Consiglio Nazionale della Magistratura. Organo la cui legittimità è stata contestata sia dal governo attuale, sia ancor prima dall’Ue, poiché eletto dal parlamento e non dai giudici stessi. Nawrocki ha, inoltre, bloccato la nomina di 136 funzionari dei servizi di sicurezza nazionale.
Il problema, via via più profondo della governabilità si è riversato, economia a parte, sulle politiche sociali, per l’immigrazione, per il clima. Il governo ha dovuto rivedere i propri programmi, facendo in definitiva concessioni al PiS. Ma nonostante ciò, il PiS (stando ai sondaggi) ha perso voti nei confronti dell’estrema destra di Konfederacja. Ora, le prossime elezioni politiche si terranno nel 2027. Per allora, o forse anche prima se la non governabilità dovesse portare a elezioni anticipate, una alleanza PiS-Konfederaja potrebbe concretizzarsi. Uniti otterrebbero la maggioranza relativa, dando così luogo a un governo ancor più nazionalista di quanto non lo sia stato il PiS nei suoi anni di governo.
Nel prossimo biennio Tusk dovrà giocare con destrezza le buone carte di cui dispone. Quelle dell’innovazione e della competitività, per mantenere lo slancio dell’economia polacca, con i suoi riflessi in termini di consenso elettorale. Ma se l’economia privata è un asset, problemi potrebbero venire da quella pubblica. Il disavanzo di bilancio è schizzato oltre il 6 per cento. L’indebitamento pubblico è sì basso, attorno al 40 per cento del Pil, ma per il prossimo anno è previsto al 69,7. Andamenti legati alle spese per la difesa, oramai prossime al 5 per cento del Pil. La Polonia è così sotto procedura di infrazione per deficit eccessivo.
Tusk fronteggia un populismo sempre pronto ad abusare degli strumenti del potere, così come a strumentalizzare i vincoli europei. Da democratico, non può permettersi debolezze, anzi deve dare prova di coraggio. Porti più Varsavia a Bruxelles.
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