La politica erratica Usa tra dazi ed eurofobia

Un ulteriore innalzamento dei dazi, dal 25 al 50%, su due beni strategici fondamentali come acciaio e alluminio. L’ordine esecutivo di Trump era in una certa misura atteso. E come per tante altre misure adottate, annullate, sospese e reintrodotte in questi mesi di caotica presidenza, l’incertezza regna sovrana e nessuno è disposto a scommettere sulla durata del provvedimento. Come già in passato, siamo quindi chiamati a commentare qualcosa che potrebbe essere modificato già tra pochi giorni. A cercare di spiegare quel che spiegabile non sempre è.
Nel farlo, ci diamo già una prima risposta: vi sono sì degli obiettivi nella politica commerciale di Trump, ma più complicato sembra delineare una strategia coerente e razionale dispiegata al servizio di questi obiettivi. Su tutto, paiono cioè prevalere gli umori di un Presidente erratico e volubile. Che ama, questo lo abbiamo capito, i dazi. E che tende a leggere le relazioni economiche globali con schemi molto binari e semplici, in larga parte traslati dalla sua esperienza d’immobiliarista, per i quali sono le bilance commerciali bilaterali, con i loro inequivoci attivi e passivi, a definire successi e sconfitte nell’arena internazionale.
I dazi – e l’arbitrarietà spesso illogica con cui Trump ne definisce sia l’ammontare sia la temporalità – riflettono gli umori, la cultura politica e in una certa misura il dilettantismo del Presidente. È questa la prima risposta che possiamo dare al perché (e al come) essi sono fissati. Una risposta ovviamente molto parziale e quindi insufficiente. Alla quale almeno altre due vanno aggiunte. La prima, strettamente legata all’umoralità trumpiana, rimanda a ragioni simboliche e primariamente di politica interna.
Attraverso i dazi, Trump ostenta muscolarità e decisionismo; rivendica il primato del Presidente su una materia che, da Costituzione, spetterebbe al Congresso; sostanzia la sua retorica radicalmente nazionalista colpendo con forza soggetti stranieri, alimentando al contempo un’eurofobia diffusa tra il suo elettorato; dà corso alla promessa di liberare gli Usa e le loro industrie dalle costrizioni dell’interdipendenza globale, riacquisendo la sovranità e l’autonomia perdute.
La seconda spiegazione, quella sulla parte più logica e razionale, è che i dazi siano sì strumenti, ma al servizio di obiettivi altri che non la correzione di squilibri commerciali o un alquanto futuribile, se non chimerica, re-industrializzazione degli Usa. Come in passato, a essere colpiti da queste misure sono soprattutto importanti alleati di Washington, in Europa e in Asia.
Ai quali da tempo si chiede di aumentare la propria spesa militare, riducendo gli oneri di una protezione di cui gli Usa si fanno ancora largamente carico. O a cui, nel caso dell’Europa, si intima di non intraprendere misure che possano colpire giganti dell’high tech Usa, tassandone maggiormente i profitti, regolamentandone le attività o avviando azioni anti-oligopolistiche che possano danneggiarli.
I cortocircuiti sono plurimi e molte esperienze recenti ce lo mostrano bene. Come tante altre importazioni che contribuiscono al deficit commerciale statunitense, anche alluminio e acciaio costituiscono spesso beni intermedi dentro un complesso ciclo produttivo che si completa appunto negli Usa. La loro tassazione rischia quindi di colpire sia tante imprese coinvolte in questi cicli che i loro consumatori.
Usare i dazi per ragioni altre da quelle commerciali o industriali, e farlo con l’erraticità applicata finora, rischia di generare effetti contrari a quelli auspicati, minando la credibilità ultima degli Usa agli occhi dei loro interlocutori così come d’investitori internazionali oggi più riluttanti a finanziarne un debito che diventa ogni giorno più oneroso. A ricordarci una volta di più che la demagogia mal si attaglia alla complessità e opacità delle relazioni internazionali contemporanee.
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