Pnrr, la vera sfida inizia ora tra proroghe e scelte

Come ogni trimestre ci occupiamo di Pnrr. Il rituale prevede una riflessione sullo stato di avanzamento dei lavori ed uno su quello del finanziamento degli stessi. Avvicinandosi la data ultima per completare le opere finanziate dal Pnrr (30 giugno del 2026) lo stato dell’arte spinge oltre alla semplice rappresentazione dei numeri, iniziando a lasciare il campo a due altre considerazioni. La prima, cavalcata in modo molto evidente anche dal nostro Presidente del Consiglio, che chiede all’Ue di individuare soluzioni per procrastinare i tempi tecnici di completamento o di aprire all’utilizzo alternativo agli originali piani, dei fondi non ancora pianificati.
La seconda che si interroga su come riuscire ad indirizzare le somme rimaste da stanziare (e da ricevere). Sono entrambe posizioni logiche anche se la prima si tende ad affrontarla un po’ troppo demagogicamente sia dal punto di vista della politica, con il solito meccanismo dei batti e ribatti superficiali su cause e responsabilità, sia da quello più tecnico che non sembra concentrarsi sui motivi reali che hanno generato queste difficoltà di utilizzo. Per provare a fare un po’ di chiarezza va immediatamente messa in un angolo la sterile polemica politica che, pur avendo qualche motivo di legittimità, finisce per impoverire e banalizzare l’analisi.
Va, innanzitutto, evitato il metodo «tafazziano» che porta a mettere sul banco degli imputati l’Italia inefficiente, burocratica, pasticciona etc.. Mettiamo in chiaro che la situazione di cui parliamo non vede il nostro Paese in una posizione così diversa da quella registrata nelle altre nazioni coinvolte nel Piano. Per essere corretti tra i fondi ricevuti e quelli utilizzati solo la Francia in un’ipotetica classifica che rapporta i fondi stanziati con quelli spesi ci supera (59% dei fondi ricevuti spesi per i francesi, 52% per gli italiani).
Da questo punto di vista nessuno degli stati membri sembra essere stato in grado di ricevere ed erogare le somme definite nel progetto iniziale. Alcuni stati membri sono più avanti nella definizione dei progetti (Germania e Portogallo per i quali, però, si fatica a trovare riscontri sull’effettivo utilizzo finale delle somme ricevute) e nell’approvazione definitiva del piano, però in tutta Europa langue l’effettiva capacità di generare valore per le potenzialità definite dal Pnrr. I motivi sono vari, alcuni certamente anche endogeni per le singole realtà Paese, ma non va dimenticato che il modello comunitario si basa su una serie di norme che di certo non facilitano l’avvio di piani e la loro messa a terra.
Questo vale con riferimento ai controlli preventivi e conseguenti che richiedono tempo per essere assecondati, ma anche per la necessità di erogare i fondi attraverso forme di appalto che risentono di richiami alla trasparenza e alla competizione sicuramente necessari, ma dispendiosi in termini di energie e di tempo. La richiesta della presidente Meloni, quindi, appare del tutto giustificabile e non catalogabile come esclusiva per il nostro Paese. L’ipotesi che qualche decisione in grado di modificare il trend, aprendo a nuove iniziative o modificando le attuali (che sia la data finale del programma o la possibilità di addivenire a cambiamenti da questo punto di vista cambia poco) ci mette in condizione di gettare uno sguardo sulla situazione di casa nostra per provare ad ipotizzare qualche percorso utile per generare valore ulteriore.
🇮🇹🇪🇺| Il Ministro per gli Affari Europei, PNRR e Coesione @TommasoFoti ha incontrato il personale @ItalyinEU a cui ha espresso apprezzamento per il lavoro di squadra nel promuovere gli interessi dell’Italia nell’UE, con focus sui dossier politici prioritari pic.twitter.com/Zl9QUbeeNh
— Italy 🇮🇹 in EU (@ItalyinEU) June 26, 2025
Partiamo dalle somme ancora da riscuotere che raggiungono la settantina di miliardi. A questo tesoretto va aggiunta la quota di fondi erogati ma non ancora spesi che, anche in questo caso, si avvicinano ai settanta miliardi. Da qui al prossimo giugno gli obiettivi da conseguire sono poco meno di 300 (sui 621 iniziali) il che rende evidente la necessità di un’immediata riflessione su come riorientare il timone. Per cercare di affrontare in modo razionale il tema del rilancio il primo passaggio è di natura strettamente quantitativa e chiede di verificare delle sei missioni quelle che hanno assorbito meno risorse. Da questo punto di vista tutte le missioni viaggiano tra il 30 e il 40% delle ipotesi iniziali con le due eccezioni legate ai progetti di inclusione e per la salute dove, soprattutto la missione su inclusione e coesione mostra una grande fatica a procedere nel percorso pianificato (a fine ’24 si viaggiava sotto il 20%).
Il secondo passaggio riguarda la ricerca di motivi reali che non si limitino a citare i soliti legati a burocrazie etc.. Da qui nasce la vera sfida politica e strategica, ossia dove porre l’attenzione prioritaria per rivedere i quasi 300 progetti e orientare le somme da utilizzare. Già i dati sull’andamento delle missioni ci mostrano come, ad oggi, le priorità reali si siano focalizzate su infrastrutture, ambiente, ricerca e digitalizzazione, si tratta ora di prendere decisioni importanti sia nel caso di un allungamento dei tempi trovando soluzioni in grado si sveltire le generazioni di progetti o di modificare gli esistenti, sia nel caso in cui si aprissero le porte a diversi schemi allocativi dovendo decidere dove puntare risorse anche con ricadute più orientate al breve periodo. Passaggi che fanno parte delle logiche strategiche di qualsiasi impresa e che dovrebbero essere messi in atto rapidamente evitando, se possibile, giochi di parte e confronti da social.
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