Oltre il Pil, occorre misurare il benessere di persone e pianeta

Come si misura lo stato di salute di un sistema economico e sociale? E ha ancora un senso farlo? Oppure dobbiamo rassegnarci alla logica del più forte che decide le regole del gioco? Piovono interrogativi e dubbi davanti alla scelta dell’Onu di affidare ad una commissione di esperti il compito di elaborare un’alternativa al Prodotto interno lordo come unico metro di misura dello sviluppo. La prospettiva è di farlo entro dicembre per esaminare la questione all’Assemblea generale dell’Onu.

Domande e dubbi sorgono perché l’aria che tira sembra andare in tutt’altra direzione. Non si dica che alla fine è il mercato a fornire gli elementi di valutazione, perché anche il Pil è stato il frutto d’una scelta politica fatta da una commissione istituita ad hoc. Nel 1944 il governo degli Stati Uniti convocò una commissione di economisti americani e britannici per decidere un criterio di valutazione. Scelsero di calcolarlo in base alla produzione, sommando il valore complessivo di beni e servizi finali all’interno di un Paese in un anno. L’obiettivo era chiaro: dimostrare che il capitalismo produce di più del comunismo. E così è andata: il Pil è diventato l’indice standard mondiale dopo gli accordi di Bretton Woods.
Che il parametro del Pil sia discutibile lo spiegò Bob Kennedy in un discorso diventato memorabile, all’Università del Kansas il 18 marzo 1968, durante la campagna presidenziale che finì tragicamente con il suo assassinio. La critica di Kennedy al Pil resta di impressionante attualità: «Quel Pil comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgomberare le autostrade dalle carneficine del fine settimana... Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nella espansione urbanistica incontrollata. Cresce con la produzione di Napalm, missili e testate nucleari... e i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli violenti ai nostri bambini».
Il Pil calcola tutto quello che muove affari, senza distinguere bene o male, le cose necessarie e il consumismo indotto, e soprattutto non dice come viene distribuita la ricchezza prodotta. Mentre – aggiungeva Kennedy – «non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi... Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza...». E concludeva: «Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta».
Anche da un punto di vista strettamente economico il Pil è obsoleto e inadeguato rispetto al crescente divario fra finanza ed economia reale. Un’inversione di rotta è stata cercata negli ultimi decenni. Ma con scarsi risultati. L’Onu, in tempi di maggior prestigio e considerazione, si è messa a capo di un’Agenda che poneva il 2030 come orizzonte temporale per trovare nuovi criteri di orientamento della politica sociale ed economica mondiale. Impegni nella lotta a miseria e povertà, per migliorare la salute materna e infantile, la promozione dell’istruzione, l’accesso ai servizi minimi di igiene e sanità, la riduzione dell’inquinamento, una maggior cura del pianeta.
Desertification and drought threaten lives and livelihoods worldwide.
— United Nations (@UN) August 22, 2025
Urgent and meaningful #ClimateAction is needed to protect and restore land for present and future generations.
Find out how @UNEP is working to help: https://t.co/AQBDhayoOQ pic.twitter.com/zFVf0t1ReI
L’anno scorso ha lanciato il «Patto per il futuro», approvato da tutti e da tutti subito accantonato. Si tratta di una «dichiarazione non vincolante» su pace e sicurezza, scienza, tecnologia e innovazione, trasformazione della governance mondiale e attenzione alle nuove generazioni. E rilancia l’Agenda 2030, che non sta andando bene. Al mondo una persona su dieci patisce la fame, oltre due miliardi di persone non dispongono di acqua potabile, tre miliardi e mezzo non hanno accesso a servizi igienici e 1,7 miliardi non ha una casa. Non parliamo di lavoro e protezione sociale, accesso ad energia e tecnologia, istruzione e cure anche per chi non è ricco.
Il Pil ha una sua logica, perché mette nel conto ogni produzione, spesa e valore aggiunto, ma ad esso vanno affiancati parametri complementari. «Per superare un anacronismo dannoso che sta al centro dell’elaborazione delle politiche globali, il fatto che gli attuali parametri di misura dello sviluppo trascurano troppo spesso aspetti fondamentali per il benessere di persone ed ecosistemi, mentre includono attività che danneggiano la Terra». Lo dice Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat e ministro nei Governi Draghi e Letta, l’unico italiano dei 14 esperti chiamati dall’Onu nella commissione che sta elaborando nuovi metodi di valutazione del benessere.

Commissione ristretta, composta dai massimi esperti mondiali, che tiene sezioni ogni quindici giorni e che entro dicembre presenterà le sue conclusioni. Superare una visione del mondo in cui ciò che conta è solo produrre. Avere indicatori che aiutano a comprendere come si possono realizzare obiettivi multipli. Avere come obiettivo il benessere delle persone e del Pianeta. In estrema sintesi, porre al centro la sostenibilità come principio e valore. Ma la sostenibilità, in piena ascesa dell’Era Trump (ma la Cina di Xi Jinping, l’India di Modi, la Russia di Putin non sono da meno), sembra diventata un concetto insostenibile.
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