Argentina, come interpretare il trionfo di Milei alle urne

In Argentina si sono disputate le elezioni di medio termine. Gli elettori sono stati chiamati a votare per il rinnovo di circa la metà della Camera dei Deputati, 124 deputati su 257, e di un terzo del Senato, 24 senatori su 72. Il presidente argentino in carica, Javier Milei, ha vinto le elezioni con un complessivo 40, 84% dei voti, che tradotto in seggi attribuisce alla coalizione di centro destra (La Liberdad Avanza) un significativo aumento di deputati alla Camera, da 37 a 92.
Affermazione
L’anarcoliberale leader ha conquistato terreno persino nella provincia di Buenos Aires, dove i sondaggi della vigilia lo vedevano perdente a vantaggio dei suoi oppositori, la coalizione di centro-sinistra (i progressisti peronisti di Fuerza Patria), in grado di raccogliere appena il 24,5% dei voti, salito a 31,66 sommando quelli degli alleati.
PINTAMOS EL PAÍS DE VIOLETA!!! VIVA LA LIBERTAD CARAJO!!!!! pic.twitter.com/QaVIN4KfvI
— La Libertad Avanza (@LLibertadAvanza) October 27, 2025
È stata una elezione caratterizzata dall’astensionismo e dai voti in bianco (circa 665mila), in linea con quanto accade da anni nelle democrazie occidentali. La percentuale di votanti sugli aventi diritto, appena il 67,85%, è la più bassa dal 1983, anno del ritorno alla democrazia sotto la presidenza del social-democratico Raul Alfonsín, dopo la dittatura civil-militare.
Le ragioni
Alla vigilia delle elezioni lo stesso Milei si era detto preoccupato di poter essere penalizzato dalla bassa affluenza, in ragione anche del calo di popolarità registrato negli ultimi mesi a seguito della peggior crisi del suo governo. In realtà si è trattato di un fattore a favore di colui che ama rappresentarsi come il «topolino» che rode lo Stato dal suo interno. Gli elettori di Milei e della coalizione neoliberale sono andati a votare, mentre un’ampia fetta dell’elettorato progressista è da tempo insoddisfatta dalla coalizione di centro-sinistra, ritenuta in grado solo di denunciare gli scandali e la corruzione del presidente Milei e del suo governo (la pars destruens dell’opposizione politica), ma di non trasformarli in una proposta riformista in grado di risolvere i problemi strutturali del Paese (la pars construens).
Argy en plano principal del Financial Times
— Cristian (@cristiannmillo) October 27, 2025
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E non vi è dunque da «sorprendersi» – come hanno fatto il «Clarin» e «La Nacion», gli autorevoli giornali argentini –, per la chiara vittoria di Milei, visto che è provato anche dai risultati elettorali di altri Paesi democratici che uno dei fattori di ascensione delle destre al governo è la debolezza dell’agenda progressista dei partiti di centro-sinistra.
Le reazioni
Dopo aver incassato la vittoria, Milei ha pronunciato parole roboanti: «È una giornata storica per il nostro Paese. Pretendo di creare una nuova Argentina nei prossimi due anni, e se gli argentini lo vorranno, anche nei prossimi sei anni». Nel frattempo, il presidente ha incassato i complimenti di Trump, che gli ha promesso cospicui aiuti finanziari, e di Netanyahu, mentre i mercati finanziari registravano la rivalutazione delle azioni delle compagnie argentine quotate a Wall Street.
Il prossimo passo è trovare gli alleati per approvare quel pacchetto di riforme neoliberali che aveva promesso sin dalla campagna elettorale del 2023. Ora gli basteranno 15 deputati dei partiti alleati. La macchina del «presidenzialismo di coalizione» si è rimessa subito in moto.
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