Opinioni

Pasolini e il valore del sacro come ribellione contro il consumismo

L’obiettivo è contrastare quella «concezione edonistica della vita» che ridicolizza «ogni precedente sforzo autoritario di persuasione», rendendo «il potere consumistico infinitamente più efficace nell’imporre la propria volontà»
Paolo Corsini

Paolo Corsini

Editorialista

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini

Sono molteplici i registri sui quali si può leggere Pasolini nel tempo della definitiva «scomparsa delle lucciole» – il famoso articolo del febbraio 1975 sul Corriere della Sera –, del dominio tecnologico, delle promesse dell’intelligenza artificiale, dell’apoteosi del mercatismo: una radicale metamorfosi del panorama rispetto al quale egli ha fatto sentire la sua voce. Il rischio è di neutralizzare le provocazioni della sua testimonianza, di confinarlo in un pantheon celebrativo, edulcorando così una presenza che è stata divisiva e della quale oggi tutti cercano di appropriarsi strumentalizzando questa o quella sua presa di posizione.

Un Pasolini buono per tutti gli usi, antitetico a quello che effettivamente è stato: un irregolare, un diversamente pensante, un «antitaliano» mai allineato, critico irriducibile del costume di casa e di tutte le Chiese, anche di quella comunista, nonostante l’adesione al Pci e l’affezione al mondo popolare rappresentato da quel partito. Pasolini poeta, narratore, regista cinematografico, soprattutto intellettuale che partecipa al discorso pubblico, guadagnandosi per originalità di pensiero, luoghi diversi dai quali comunicare la propria riflessione: da settimanali nazional-popolari e periodici di area laica a quotidiani di sinistra, sino al Corriere di Piero Ottone.

Con questo testimoniando un pluralismo dell’informazione operante all’interno delle stesse testate come esito dell’interesse ad accogliere sensibilità diverse. Un segno anche così della distanza da noi e della sua impossibile omologazione, il torto più grave che gli si potrebbe arrecare. Dunque un Pasolini interprete del tempo suo e della società, sempre critico del potere, pertanto esattamente all’opposto della collocazione tradizionalmente assunta dagli intellettuali così come delineatasi dall’indomani dell’Illuminismo. Pasolini, l’intellettuale che agita idee, solleva problemi, suscita dubbi, promuove inquietudine, esprime giudizi e tiene fermi principi, l’intellettuale autonomo, mai indifferente pena il tradimento o la diserzione, teso ad impedire che il monopolio del potere diventi il monopolio della verità, sempre contro le seduzioni dell’infatuazione e gli inganni della propaganda.

Un Pasolini intellettuale con una cifra tutta sua, riconducibile, in ultima istanza, ad una presa di posizione nei confronti della soluzione di continuità che segna la storia civile e sociale del Paese con l’affermazione del consumismo e la mutazione antropologica da essa derivante. La sua cifra è né più né meno che una appassionata difesa del «sacro», di contro alla diffusa volontà di «sconsacrare e, inventiamo la parola, di de-sentimentalizzare la vita» come scrive nel «Trattatello pedagogico» indirizzato a «Gennariello», contenuto in «Lettere luterane». Qui la polemica contro gli intellettuali di sinistra, i quali giustamente reagiscono alla «falsa sacralità e ai falsi sentimenti della vecchia società clerico-fascista», ma non si rendono conto che la loro polemica «è utile al potere».

Pierpaolo Pasolini sul lago di Garda il 24 aprile 1975
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Pierpaolo Pasolini sul lago di Garda il 24 aprile 1975

Da qui anche la promessa a «Gennariello»: «Il mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini, trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci». E insieme un impegno volto a spingere il ragazzo napoletano verso «tutte le sconsacrazioni possibili», alla «mancanza di rispetto per ogni sentimento istituito». L’obiettivo è di contrastare quella «concezione edonistica della vita» che ridicolizza «ogni precedente sforzo autoritario di persuasione», rendendo «il potere consumistico infinitamente più efficace nell’imporre la propria volontà».

Dunque il sacro non come rifugio o rivendicazione identitaria, come segno marcatore escludente, stigma di differenziazione agitato a fini di bandiera religiosa, ma come custodia del valore, resistenza alla profanazione di una vita travolta da falsi idoli nel segno di un conformismo che, nella «tolleranza» - l’altra faccia di un agnosticismo cinico – ha uno dei suoi emblemi: «la tolleranza» – così ancora a «Gennariello» – che finisce con l’uniformare ogni «tinta» ed è «una forma di condanna più raffinata, di ghettizzazione del diverso». Quale Pasolini è stato con tutto se stesso. Una diversità, la sua, che l’intellettuale continua a sbatterci in faccia come permanente, ineludibile interrogazione.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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