La partecipazione politica tra piazze e sfera digitale

«Democrazie e partecipazione: un rapporto da ripensare?» è il titolo del convegno che promosso dal Dipartimento di Scienze storiche, filologiche e sociali, da quello di Scienze politiche e da Polidemos (Centro per lo studio della democrazia e dei mutamenti politici) si è svolto oggi, giovedì 13 novembre, nella Sala della Gloria dell’Università Cattolica di via Trieste 17, in città. Di seguito un intervento di Antonio Campati, tra i coordinatori dell’appuntamento.
Poche settimane fa, l’Istat ha pubblicato un report sulla partecipazione politica in Italia con dati molto interessanti, che vanno ad alimentare la serie ormai molto fitta di indagini sul tema, considerato d’altronde tra i principali fattori per determinare la qualità di una democrazia. Uno degli aspetti più significativi messi in luce riguarda le diverse modalità di partecipazione, che ormai sono molteplici e in continuo mutamento, dalla cosiddetta partecipazione invisibile o indiretta (informarsi e discutere di politica) a forme di partecipazione più attiva, oggi fortemente influenzate dei canali digitali. Prendere piena consapevolezza di tale varietà di approccio alla vita politica non è un dato scontato. Infatti, talvolta si rischia di riflettere sulle dinamiche sociali del nostro Paese avendo in mente un mondo che non esiste più.
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— CGIL Nazionale (@cgilnazionale) November 13, 2025
Tra i moltissimi dati forniti, l’Istat evidenzia come, nel 2024, hanno partecipato a un comizio o a un corteo rispettivamente il 2,5 e il 3,3% dei cittadini di 14 anni e più, a fronte del 5,7 e del 6,8 del 2003. Un calo che ha riguardato sia gli uomini che le donne, con intensità leggermente maggiore per i primi. Già solo questi numeri rendono chiaro il cambiamento radicale. Se circa vent’anni fa le cittadine e i cittadini che scendevano in piazza erano una fetta molto piccola della popolazione, oggi tale fetta si è ancor di più rimpicciolita.
Allo stesso tempo, sempre l’Istat ci indica che oltre dieci milioni e mezzo di cittadini hanno espresso opinioni su temi sociali o politici attraverso siti web o social media. Nel 2014 questa quota non superava i sei milioni. Nonostante sia ancora poco diffusa la partecipazione a consultazioni e votazioni online sui temi sociali o politici (l’11,2% degli utenti di Internet), è tuttavia chiaro che la partecipazione si è spostata dalle piazze al web. Se la tendenza è chiara, non bisogna però neppure pensare che la partecipazione comunitaria nelle manifestazioni sia ormai un ricordo lontano, basti pensare alle mobilitazioni delle scorse settimane relative alla questione israelo-palestinese, che hanno visto una presenza significativa dei giovani.

Possiamo indicare tre principali aspetti da tenere in considerazione rispetto agli sviluppi futuri della partecipazione politica. Il primo riguarda l’equilibrio tra partecipazione e rappresentanza, entrambi essenziali per una buona democrazia. Talvolta, si pecca di un eccesso di entusiasmo nel vedere una piazza piena o un post apprezzato migliaia di volte. Sono espressioni da non considerare con superficialità, ma allo stesso tempo occorre ricordare che istanze, interessi, attese devono essere introdotte dentro i circuiti istituzionali per essere concretizzate.
Il secondo aspetto riguarda il ruolo degli influencer. Come mettiamo in luce in una ricerca promossa dall’Istituto Toniolo di Studi superiori (Antonio Campati e Veronica Riniolo, «L’altra partecipazione, paper di Laboratorio futuro»), moltissimi giovani li considerano la fonte primaria per informarsi sulle questioni politiche, con tutti i pregi (un modo per riattivare l’interesse verso la politica?) e i difetti (non si rischia una banalizzazione dei fatti?).
Infine, il terzo aspetto riguarda la dimensione locale. Non sono pochi i casi di attivismo dal basso che hanno rigenerato la vita delle comunità politiche locali e dunque è più che opportuno monitorare tutte le iniziative civiche che si sviluppano in tale direzione. Tutte queste tendenze, però, non devono essere considerate indipendenti le une delle altre. È necessario considerarle con una visione d’insieme, che spesso manca e di cui, invece, c’è grande bisogno.
Antonio Campati - Docente presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica
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