Papa Francesco e il messaggio di pace

Adalberto Migliorati
Continua a levarsi la voce del Pontefice in un mondo che sembra sempre più affidarsi alle guerre come meccanismo di ridisegno degli equilibri
Pope Francis leads the weekly general audience in St. Peter square at the Vatican, 23 October 2024. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI
Pope Francis leads the weekly general audience in St. Peter square at the Vatican, 23 October 2024. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI
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Il continuo messaggio di pace di Papa Francesco e della Chiesa cattolica, in un mondo che sembra sempre più affidarsi alle guerre come meccanismo di ridisegno degli equilibri mondiali, è costantemente disatteso. Che risultati concreti può ottenere il persistere nel rinnovarlo? Non finisce per condannare alla irrilevanza operativa chi lo promuove? Di più, etichettarlo come una entità che parla, ma tanto il mondo non la ascolta se non quando serve usarla per legittimare comportamenti certificati?

Finirà, si sostiene, che dovrà accettare quanto decideranno i vincitori a discapito dei vinti, tra i quali vanno compresi i predicatori dell’affidamento alla pace universale. Quanto accade oggi viene percepito come figlio degli accordi stilati in contesti passati, che si configuravano come tregue precarie fissate sugli equilibri militari raggiunti. Paci non stabilmente realizzate, che già contenevano i prossimi conflitti armati. Insomma, se il risultato è altro, magari opposto rispetto a quello atteso, vuol significare che non si incide sulla storia che si snoda. Essere minoranza schiacciata.

La questione vale anche per il fare Chiesa cattolica sul territorio. Se sempre più si è marginali rispetto al vissuto civile, sociale, politico, economico, come è possibile pensare che le persone agiscano sulla scorta dei contenuti del messaggio evangelico? Se il suo futuro di Chiesa universale si gioca nel vissuto delle periferie del mondo, che cosa compete a chi è figlio della centralità smarrita? Diocesi e parrocchie italiane, coinvolte nel processo che vede modificarsi il concetto di centralità vaticana con la variante dell’andare a cercare nuove frontiere, territoriali e valoriali, come interpretano l’attuale stagione, tutta da definire, del cambiamento?

Qui, dove la radice antica cede il passo ad una laicità che spesso assume i contorni di un laicismo oppositivo e addebita alla cultura e al costume cattolico i ritardi lamentati? Papa Francesco è portatore di una teologia strutturata e di una pastorale innovativa che chiedono di incontrarsi per costruire futuro. Intanto sempre più persone sono alle prese con riflessioni che le interrogano su cosa significa essere oggi portatori di fede cristiana. Provano sovente fatica a trovare risposte che appaiano alle loro coscienze sincere e al contempo rassicuranti. Si chiede di cambiare il mondo cambiando prima di tutto sé stessi. Per andare dove? Quanto affondare le mani nella fede dei padri? Quanto rivisitarla per affidarla ai nipoti? Siamo condannati alla incertezza vitale? Parole e comportamenti sollecitano il farsi di un vissuto all’altezza delle sfide attuali. Il passaggio dalla centralità alla condizione di minoranza è complesso e complicato. La competizione si spende sugli scenari universali e sulla sua ricaduta sui contorni individuali. Se da noi il dna cattolico è trasversale ad una storia millenaria, ecco che ciò che può accadere alla cristianità riguarda prima i fedeli, ma subito appresso il contesto civile. In competizione ci sono le logiche delle guerre, più complessivamente che cosa possono essere le donne e gli uomini di oggi e di domani.

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