Opinioni

Garlasco e la folla: se la curiosità va oltre l’interesse per la giustizia

Thread, podcast e documentari hanno fatto di questo caso un’installazione mediatica permanente, congegnata per imprigionare le nostre menti
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

Andrea Sempio lascia la Procura di Pavia - Foto Paolo Torres/Ansa © www.giornaledibrescia.it
Andrea Sempio lascia la Procura di Pavia - Foto Paolo Torres/Ansa © www.giornaledibrescia.it

Garlasco: breaking news! Ogni poche ore, come le margherite nei prati in primavera, spunta una nuova «prova» o un nuovo indizio. Tutti indossano il trench del tenente Colombo o gli occhiali di Jessica Fletcher. Tutti inquirenti con la soluzione del caso in mano. Thread, podcast, documentari a puntate, spettacoli teatrali, appostamenti, inseguimenti, emorragie di notizie fanno, di questo caso, un’installazione mediatica permanente congegnata per imprigionare le nostre menti, togliendo loro l’ossigeno necessario ad un funzionamento autonomo.

Gustave Le Bon a fine Ottocento, ne «La psicologia delle folle», descrive perfettamente questi fenomeni collettivi. La folla, asseriva, è un organismo a sé stante, un’entità che pensa per contagio, che si nutre di immagini e perde il senso critico a favore del riemergere di istinti primordiali. Oggi non ci si raduna per un’impiccagione, un rogo, una decapitazione, si accendono i device e ci si abbevera di notizie (vere o false che siano) per aderire faziosamente ad un’ipotesi e difenderla con ogni mezzo (spesso con ingiustificata ed assurda violenza).

Nel frattempo la vittima è lì esposta, cristallizzata nel momento più terribile della sua esistenza, sezionata da un furia digitale che si accanisce su di lei, laddove l’assassino, appagato, aveva invece posto fine al suo folle gesto. Chiara Poggi aveva 26 anni, occhi azzurri come il cielo, una vita davanti, studiava, viveva con la famiglia, amava il suo ragazzo si fidava di tutti. In una manciata di minuti è stata barbaramente uccisa e da quel preciso momento è diventata un format.

Chiara Poggi, la vittima dell'omicidio di Garlasco - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Chiara Poggi, la vittima dell'omicidio di Garlasco - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

René Girard ci ha lasciato pagine illuminate sulla figura del capro espiatorio scelto per coagulare e scaricare la tensione diffusa del popolo. Lo stesso vale per la vittima. Un identico meccanismo sacrificale la svuota della sua singolarità per farne un simbolo, un caso ed il caso un contenuto. L’interesse che sia fatta giustizia è certamente primario ma quello che disturba è la qualità dell’interesse. Un’attenzione che si nutre del dettaglio morboso che tratta la sofferenza altrui come materiale narrativo, senza riflettere su chi e cosa si stia consumando non è sana.

La cronaca nera è un acceleratore di emozioni collettive polarizzate ma Chiara e la sua famiglia non hanno scelto di entrare nella storia. Non hanno firmato un contratto narrativo. Meritano rispetto soprattutto per il fatto, elementare, che non tocca al tribunale del popolo risolvere i casi giudiziari. Occorre poi ricordare che l’assassino, maschio o femmina che sia, condannato o libero (la cui coscienza mi ricorda quella del protagonista del romanzo «La cosmetica del nemico», di Amélie Nothomb, che duella con il suo doppio in un sala d’attesa di un improbabile aeroporto) non ha ceduto, non ha confessato, non ha rimediato.

È rimasto guardiano impassibile del nostro affannarci. A sua volta spettatore di questo circo e da troppo tempo ormai contempla con la stessa disturbante e disturbata consapevolezza generata dalla nostra morbosa attenzione la cosmetica del suo ignobile gesto e come nel romanzo di Nothomb sembra dirci: «Per me un pazzo è un individuo i cui comportamenti sono inspiegabili. E i miei li posso spiegare tutti»...

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