Opinioni

Nuova legge elettorale: perché il proporzionale può far comodo a molti

Un premio del 15% per chi ottiene il 35-36%, o per chi arriva al 40%, assicurerebbe alla premier Meloni un ulteriore vantaggio in vista delle prossime elezioni
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

Il Parlamento in seduta comune - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il Parlamento in seduta comune - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

C’è un’apparente contraddizione fra la disponibilità di settori della maggioranza di introdurre un sistema elettorale proporzionale con premio alla coalizione che supera il 35% o il 40% e il fatto che il destracentro ha vinto, nel 2022, raccogliendo appena il 43,8% dei voti e approfittando di una concorrenza quasi inesistente nei collegi uninominali (col centrosinistra al 26,12%, il M5s al 15,43% e il Terzo polo al 7,78%, per un totale del 49,43%, si può dire tranquillamente che le opposizioni abbiano regalato - suicidandosi - la vittoria alla Meloni). Un sistema così premiante come l’attuale, unito alle croniche difficoltà del «campo largo», è una polizza di assicurazione per vincere anche le prossime elezioni, ma la Meloni giustamente non si fida: non si sa mai che – come ha ipotizzato qualcuno – le opposizioni creino un «cartello» per unirsi senza amarsi, pur di vincere.

Alle Europee la destra di governo è salita al 47,42% contro il 47,92% del «campo largo» (dal M5s ai terzopolisti): ciò vuol dire che, col sistema attuale, il gioco dei collegi uninominali potrebbe premiare le opposizioni al Sud e penalizzare la destra al Nord (dove nei collegi ha molti più voti del necessario per ottenere la vittoria, quindi li spreca). Un sistema proporzionale con premio del 15% per chi ottiene il 35-36% o per chi arriva al 40% è invece l’ideale per agevolare una conferma della destra alle prossime elezioni.

In primo luogo perché si indica un candidato premier per coalizione (cosa che a sinistra creerebbe tanti problemi e defezioni elettorali delle ali estreme); poi, perché dando il 51% o il 55% dei seggi a chi ottiene il primo posto fra le coalizioni si evita che il gioco dei collegi uninominali non faccia vincere nessuno; inoltre, perché così non c’è neanche troppo bisogno di insistere sul premierato (una riforma costituzionale che potrebbe far pagare alla Meloni un prezzo non diverso da quello pagato a suo tempo da Renzi), in quanto basta la legge elettorale (che, in versione simile, premiò Prodi e Berlusconi nel 2006 e 2008); infine, in caso di defezione del M5s dalla coalizione di centrosinistra (che porterebbe Pd, Avs e terzopolisti intorno al 38%), la Meloni potrebbe persino permettersi il lusso – al bisogno – di scaricare Salvini e correre con Forza Italia e Noi moderati, vincendo lo stesso (una bella arma di ricatto per tenere a bada l’iperattivo capo del Carroccio).

Con i capolista bloccati, poi, tutti i partiti avrebbero la garanzia di eleggere in gran parte persone di fiducia, lasciando tutti gli altri alla competizione con le preferenze (ma i «signori delle tessere» dove potrebbero pesare se non accasandosi nel Pd e in FdI, cioè nei partiti nei quali ci sarebbero posti con le preferenze?). Questo giochino, a vederla bene, andrebbe bene persino alla Schlein, che potrebbe agganciare i centristi e scaricare l’eventuale defezione dei Cinquestelle su un Conte emarginato e fuori da tutti i giochi.

C’è poi persino il «motore di riserva»: se nessuno arrivasse al 35-36% o al 40%, non si potrebbe assegnare un premio più alto, perché la Consulta si è già pronunciata contro un bonus superiore al 15%, quindi verosimilmente si avrebbe una ripartizione puramente proporzionale dei seggi. Così la «maggioranza Ursula» potrebbe ripresentarsi, stavolta più o meno incoronata dagli elettori. Insomma, questa riforma elettorale può far comodo a molti, anche se non a tutti, ed è la riprova che, se la Meloni si sentisse davvero forte nell’opinione pubblica, si andrebbe dritti alla riforma del premierato e al referendum costituzionale, mentre invece si esamina questa che è praticamente una «exit strategy».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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