Il Governo Meloni ha chiesto la fiducia 74 volte: un record

«A Palazzo Madama faccio il pianista»: con questa motivazione un noto senatore bresciano della Prima Repubblica spiegava la sua adesione al Referendum Segni, quello che avrebbe dovuto segnare il passaggio al sistema maggioritario.
Il senatore si lamentava del fatto che il suo ruolo fosse ridotto a schiacciare i pulsanti per approvare leggi calate dall’alto. Pro o contro, votava per se stesso e spesso anche per i suoi vicini, quando erano assenti: faceva il pianista, appunto, pratica vietata dai regolamenti ma ampiamente usata. Pensava che la causa fosse insita nel sistema elettorale proporzionale, che costringeva a mediazioni continue e instabili. Invece la storia ha dimostrato che non era così: sono passati più di trent’anni e siamo ancora allo stesso punto.
La fine d’anno della politica italiana è stata infatti caratterizzata da una dura polemica sull’esautorazione del Parlamento, a causa del cosiddetto «monocameralismo di fatto», cioè dal dibattere una legge solo in una Camera e poi blindarla con il voto di fiducia nell’altra.
Con 204 voti favorevoli, 6 astenuti e 110 contrari, la Camera ha approvato il #ddlBilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025 e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027. #OpenCamera pic.twitter.com/CvX6WIa3Lc
— Camera dei deputati (@Montecitorio) December 20, 2024
Ci si è stracciati le vesti perché questo accadeva con la legge di Bilancio, cioè con la manovra più importante dell’attività politica dell’anno. Ma dopo la vacanza si tornerà a fare come prima. Sì, perché il meccanismo non è una novità, neppure sulla manovra finanziaria, che dal 2018 viene dibattuta in una Camera e poi blindata con la fiducia nell’altro ramo del Parlamento. Sollevando proteste a targhe alterne, a seconda di chi sta all’opposizione.
Il ricorso alla fiducia dovrebbe essere uno strumento raro, da usare in momenti difficili, mentre l’attuale maggioranza ha numeri solidi e una stabilità fuori discussione. Perché lo fa? Il Governo Meloni ha stabilito un record di ricorso alla fiducia: 74 volte in due anni, più di tre volte al mese (se togliamo le vacanze, praticamente ogni settimana), 42 volte alla Camera e 32 al Senato. Una frequenza identica a quella usata da Mario Monti e da Mario Draghi, ma quelli erano governi tecnici compositi, quindi la richiesta costante di conferma era comprensibile. La maggioranza attuale è politicamente coesa. O no?
La postura presa da Giorgia Meloni ha la fisionomia d’una sorta di Premierato di fatto. Il ricorso alla fiducia giunge quasi sempre a sostegno di un decreto, altro strumento legislativo che il Governo usa depotenziando costantemente il ruolo del Parlamento. Da quando è in carica ne ha varati quattro al mese; il record lo ha raggiunto tra maggio e giugno di quest’anno emettendo dieci nuovi decreti.
La Premier assume così un piglio decisionista che il Parlamento deve inseguire, in affanno per stare nei tempi previsti per l’approvazione, praticamente senza possibilità di aggiustamenti. Non è una scorciatoia percorsa solo – come vorrebbe la Costituzione – in casi di urgenza. Si moltiplicano i decreti-manifesto, con denominazioni che si prestano alla propaganda (anti-rave, Cutro, Caivano, salva-casa...). E si aggiungono i decreti-omnibus, dove ci sta di tutto al punto che qualche volta il presidente Sergio Mattarella deve intervenire a porre limiti.
Il Parlamento ha approvato la Legge di bilancio 2025, la terza dall'insediamento del Governo.
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) December 28, 2024
È una manovra di grande equilibrio, che sostiene i redditi medio-bassi, aiuta le famiglie con figli, stanzia risorse record per la sanità, riduce la pressione fiscale e dà una mano a… pic.twitter.com/vOsXIofvmA
Insomma, il sistema è diventato un’abituale via per aggirare un Parlamento, che è quasi sempre inceppato. Anche la narrazione dei lavori parlamentari fa la sua parte. Nessun dibattito, in commissione o in aula, viene raccontato con la serenità di un libero confronto, ma sempre descritto come espressione di compattezza o divisione, a suon di strappi e screzi, sgarbi e frizioni, tensioni e crisi. Viene mostrato come un fondale scarsamente concreto, nello stucchevole teatrino dei retroscena che fanno da controcanto ai post. Contano solo i leader, il resto è contorno.
Quanto avremmo bisogno, invece, di riforme ben architettate, perché ognuno degli organi istituzionale possa fare bene la propria parte. Ci stiamo provando da trent’anni. Il sistema maggioritario richiesto dal Referendum Segni è stato smontato da un susseguirsi di discusse riforme elettorali. Il bicameralismo perfetto viene dato per superato ma non si è andati oltre il taglio del numero dei parlamentari. L’autonomia regionale è stata pasticciata e ora pende a metà strada fra le correzioni chieste dalla Corte costituzionale e un referendum incombente. Chi prospettava un presidenzialismo spinto ora lavora per un premierato vago…
Accade così che mentre la politica non riesce ad imboccare la strada di una riforma della struttura prevista dalla Costituzione, nei fatti cerchi di aggirarla e qualche volta anche stravolgerla. Verrebbe da dire che è la via italiana alle riforme: non riuscendo ad architettarne di ragionevolmente accettate e condivise, si aggiustano norme e prassi ai propri comodi. Si fanno proclami e si cercano forzature, quasi sempre senza giungere da nessuna parte. Intanto ci si arrangia. E noi italiani, in quanto ad arrangiarci, siamo maestri. Si fa ma non si dice: come si canta da cent’anni a questa parte. E (qualche volta è una fortuna) non si fa quel che si era detto.
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