Opinioni

«Non esiste una soluzione per il conflitto tra palestinesi e israeliani»

Lo studioso israeliano Bar-Tal sarà sabato all’Auditorium Santa Giulia alle 17.30 per l’incontro organizzato da Acli provinciali, Ccdc e Fondazione Brescia Musei
Uno scatto dalla Striscia di Gaza - © www.giornaledibrescia.it
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Le armi pesanti tacciono, ma il conflitto continua. A Gaza e in tutta l’area. Continuerà finché da entrambe le parti ci sarà chi è convinto di dover vivere «con la spada in mano». Finché non cambierà il reciproco paradigma. «Poiché i conflitti si generano nella mente, è dalla mente che vengono create le idee per porvi fine»: spiega Daniel Bart-Tal, docente di psicologia politica all’Università di Tel Aviv, studioso di fama internazionale e uno dei massimi esperti del conflitto israelo-palestinese.

Il prof. Bar-Tal sarà a Brescia sabato 25 ottobre, all’Auditorium Santa Giulia, alle 17.30, invitato da Acli provinciali, Cooperativa cattolico-democratica di cultura e Fondazione Brescia musei, nell’ambito di «Aspettando il Festival della pace». Ad offrire lo spunto il suo più recente saggio: «La trappola dei conflitti intrattabili» (Franco Angeli, 392 pagine, 34 euro).

Bar-Tal, da cinquant’anni scava nelle vicende della sua terra per cercare le radici d’un conflitto che sembra non aver fine, al punto da diventare «intrattabile». Non è una definizione di comodo, ma una descrizione precisa: intrattabile è un conflitto particolarmente violento, su obiettivi che entrambe le parti ritengono non negoziabili, dura da più d’una generazione e diventa parte identitaria. Conflitti intrattabili sono stati, ad esempio, quelli tra Baschi e Spagna, Irlanda del Nord e Gran Bretagna, Curdi e Turchia. Il caso israelo-palestinese è paradigmatico, fin dalle origini, perché sorge nel momento i cui due nazionalismi, quello ebreo e quello arabo, crescono sullo stesso territorio. Bar-Tal spiega come gli atteggiamenti delle due parti siano speculari, ma si concentra su Israele perché «ha maggiori possibilità di gestire il conflitto e la possibilità di porvi fine».

Il conflitto ha avuto momenti di scontro assoluto, dalla Seconda guerra mondiale alla Guerra dei Sei giorni, seguiti da una fase nella quale l’intesa sembrava possibile, negli anni ’70-’90, per risalire a picchi di violenza inauditi dal Duemila alle stragi degli ultimi due anni. Intanto nella società israeliana è cresciuto quello che Bar-Tal chiama «ethos del conflitto», un repertorio socio-psicologico condiviso che giustifica l’idea stessa del conflitto. Elementi fondanti sono la convinzione che gli obiettivi di Israele siano «giusti» e che quindi il nemico sia delegittimato nelle sue pretese; sono l’idea che Israele sia l’unica vittima della violenza e sia circondato da nemici che ne vogliono la distruzione; che nel mondo l’antisemitismo (e ogni critica viene vissuta come tale) possa rispuntare in qualsiasi momento, e che quindi Israele abbia diritto a mettere in campo ogni azione, anche preventiva e in ogni luogo, per difendere la propria sicurezza. Questa narrazione dominante si è radicata fra esercito e luoghi del potere, mezzi di informazione e scuole, ed ha cambiato il contesto israeliano. Si è fatto largo il sionismo politico messianico che sogna il Grande Israele-Terra promessa, sono avanzate l’occupazione della Cisgiordania con i coloni e l’«occupartheid», cioè la segregazione dei palestinesi soprattutto nelle zone che sarebbero affidate alla loro autonomia. E il conflitto soffoca la democrazia. «La visione del mondo dei palestinesi - scrive Bar-Tal - è abbastanza simile a quella della società ebraica e attualmente presenta un’immagine invertita allo specchio, simmetrica all’altra». Entrambe rimbalzano poi nelle opinioni pubbliche mondiali.

Bar-Tal ricorre alla sua storia personale per spiegare come fatti oggettivi possano portare a diverse posizioni: «Mia madre Zosia aveva nove fratelli. A parte una sorella e una nipote, tutta la famiglia venne sterminata a Treblinka. Fin dalla più tenera età ho fatto mio il motto "Mai più!", cardine della società israeliana. Lo intendo però in modo diverso dalla gran parte di quest’ultima. Per me vuol dire indagare le cause dell’orrore della Shoah, ovvero il diffondersi di un nazionalismo e razzismo sempre più aggressivi che hanno consentito l’ascesa di Hitler. Per questo è indispensabile combattere in modo incondizionato contro la xenofobia, lo sciovinismo, il fascismo, per prevenire altri genocidi, pulizie etniche e violazioni dei diritti umani... Per Israele, oggi, invece, "mai più" significa costruire uno Stato e un esercito forti in grado di difendere gli ebrei dalle minacce, fino a trasformare il Paese in una Sparta contemporanea". Anche a costi elevatissimi in termini di vite e vita».

Come si esce dalla trappola dell’ethos del conflitto? «Con delusione dei miei lettori e con mio stesso rammarico - spiega - non ho una ricetta magica da proporre per una soluzione, perché non esiste». Ma la storia di altri conflitti intrattabili insegna che essi possono terminare quando vengono rimosse le barriere mentali. «Una barriera di sospetto. Una barriera di rifiuto. Una barriera di paura di essere ingannati. Una barriera di allucinazioni intorno ad ogni azione, impresa o decisione... questa barriera rappresenta il 70% dell’intero problema»: sono parole pronunciate alla Knesset, il 20 novembre 1977, da Anwar al-Sadat, presidente dell’Egitto, il primo Paese a fare la pace con Israele.

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