Opinioni

Non basta un assegno per aiutare le famiglie

Le politiche sociali tra erogazioni e servizi
Valerio Corradi

Valerio Corradi

Editorialista

L’attuale dibattito (in vista della manovra finanziaria 2025) sull’assegno unico e sulle detrazioni fiscali rimarca una delle caratteristiche del welfare italiano ovvero il largo (anche se selettivo) ricorso ai trasferimenti monetari per supportare le famiglie e le persone in condizione di temporanea o permanente di difficoltà.

È opportuno precisare, fin da subito, che molti trasferimenti, pur nella loro frammentazione, sono necessari e indispensabili. Tuttavia, si dimentica che le erogazioni, da sole, non sono sufficienti a soddisfare molti bisogni che richiederebbero la presenza di servizi accessibili e strutturati e di figure professionali di cui si riscontra invece la carenza.

Gli interventi statali a supporto e a integrazione del reddito familiare o personale hanno assunto, negli ultimi anni, diverse forme che vanno dall’assegno di accompagnamento agli assegni familiari, dal reddito d’inclusione ai sussidi, dai bonus rivolti a specifici target di persone alle detrazioni per i familiari a carico. È evidente che tali misure trovano la propria elementare giustificazione nell’idea che mettendo più soldi «in tasca» ai cittadini, almeno in parte, si possano alleviare le loro difficoltà, contenere i processi d’impoverimento e consentire l’acquisto sul mercato di beni e servizi fondamentali così come di prestazioni necessarie per la cura e il «benessere».

Tale approccio è basilare quando si rivolge alle famiglie con redditi bassi o in difficoltà economica e quando coinvolge persone in stato di disoccupazione, di malattia, fragilità o disabilità. Ma non bisogna dimenticare che proprio tali situazioni richiedono anche la presenza di servizi che provvedano alla presa in carico dei bisogni sociali. Basti pensare al caso delle famiglie con figli minori che da una parte ricevono assegni/detrazioni (peraltro a volte insufficienti) ma che dall’altra toccano con mano i limiti dell’assenza sul territorio di asili nido, di centri di aggregazione e di opportunità per conciliare famiglia e lavoro. Altro caso è quello delle famiglie con anziani non autosufficienti che ricevono indennità ma faticano a trovare servizi e figure che supportino l’attività di assistenza quotidiana a livello domiciliare. Un welfare basato in prevalenza sui trasferimenti monetari rischia di essere poco rispondente a molte delle richieste che arrivano dalle famiglie (strutturalmente molto diverse da quelle del passato) e risulta alla lunga anche poco innovativo.

In una fase nella quale (dopo il rapporto di Mario Draghi sulla competitività) anche ai vertici dell’Unione Europea si sta tornando a parlare del futuro del modello sociale europeo è forse necessario tornare a riflettere sulla necessità di investire in servizi reali e accessibili. Nel quadro di una più generale ri-organizzazione del welfare, può essere strategica la parziale ricomposizione di risorse (che rischiano di disperdersi in molti rivoli) per creare servizi strutturati e universali, capaci di fornire un concreto supporto alle persone in difficoltà e alle loro famiglie.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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