Valentino non c’è più: lunga vita all’imperatore

L’imperatore non c’è più. Lunga vita all’imperatore. E quando cade un imperatore vero, di quelli che non hanno bisogno di troni né di corone, il silenzio che resta è più assordante di qualsiasi applauso. Valentino Garavani si è spento a 93 anni a Roma, la città che aveva scelto come casa, rifugio, palcoscenico e cuore. Roma non come semplice indirizzo, ma come idea di bellezza eterna, di grandezza senza tempo, di teatralità misurata. Esattamente come lui.
Non serve amare la moda per capire cosa rappresenti questo lutto. Valentino non è stato solo uno stilista: è stato un simbolo culturale, un costruttore di immaginari, un educatore dello sguardo. Il suo nome apparteneva a tutti, anche a chi non avrebbe mai indossato un suo abito. Bastava pronunciarlo per evocare un mondo fatto di grazia, disciplina, lusso, rigore e sogno. In un’epoca in cui tutto corre e si consuma, Valentino ha incarnato l’idea che la bellezza possa – e debba –durare.
«Cosa desiderano le donne? Essere belle». Lo diceva senza retorica, senza ideologia, con la semplicità di chi ha passato una vita a osservare. Fare belle le donne: prima ancora delle sfilate, dei red carpet, delle strategie di marketing. Farle sentire viste, comprese, celebrate. È forse questo il segreto del suo successo trasversale, che ha attraversato generazioni, corpi, stili, epoche. Le donne lo hanno capito subito, e lo hanno ricambiato con una fedeltà assoluta, quasi amorosa.
La sua vita sembra scritta da uno sceneggiatore troppo indulgente con il mito. Nato a Voghera l’11 maggio 1932, Valentino scopre prestissimo il richiamo del bello. L’episodio dell’Opera di Barcellona, con quelle dame avvolte nel rosso, è diventato leggenda perché racchiude tutto: lo sguardo, l’intuizione, la folgorazione. Quel rosso – «rosso Valentino», ormai sinonimo universale – non è mai stato solo un colore, ma una dichiarazione di intenti: audace, sensuale, assoluto.

Dopo Milano, arriva Parigi. È il 1949, ha appena 17 anni, eppure sembra già sapere esattamente dove vuole andare. Studia all’École des Beaux-Arts e alla Chambre Syndicale, lavora con Jean Dessés, poi con Guy Laroche. Non è facile essere italiani nella Parigi di quegli anni, ma il talento non chiede permesso. Vince il Woolmark Prize, stringe amicizie destinate a diventare storia – come quella con Yves Saint Laurent e Karl Lagerfeld – e costruisce, punto dopo punto, la sua grammatica stilistica.
Nel 1959 torna in Italia e sceglie Roma. Non Milano, non Firenze: Roma. Qui fonda la sua maison, qui inizia davvero il racconto. Le prime immagini ufficiali lo ritraggono mentre cuce l’abito da sposa della sorella, gesto intimo e simbolico. Poco dopo arrivano i primi capolavori, come quel vestito al ginocchio coperto di rose di tulle sfumate dal rosa al rosso: già tutto c’è, la poesia e la precisione, il romanticismo e la struttura. Poi, nel 1960, l’incontro che cambierà tutto: Giancarlo Giammetti. Ventidue anni, studente di architettura, apparentemente distante dal mondo della moda. È un colpo di fulmine umano e professionale. Insieme diventano una macchina perfetta: Valentino crea, Giammetti governa. Diana Vreeland li chiama «The boys», con quell’affetto ironico riservato solo ai veri protagonisti. Il loro sodalizio sarà uno dei più longevi e solidi della storia della moda, ben oltre la fine della relazione sentimentale.

Il 1967 segna una svolta epocale. La collezione Bianca, presentata a Firenze in uno slot impossibile, quando tutti dovrebbero essere già andati via. Ma nessuno se ne va. Il passaparola corre, la sala si riempie, e Valentino compie un atto di coraggio radicale: togliere il colore in piena era hippie, psichedelica, rumorosa. Il risultato è un trionfo. Da quel momento non è più solo uno stilista di successo: è un simbolo.
Le donne più famose del mondo entrano nella sua orbita. Jackie Kennedy diventa musa, amica, presenza costante. Indossa Valentino nei momenti più intimi e più pubblici della sua vita, dal lutto al matrimonio con Onassis. Quel celebre abito verde menta, indossato decenni dopo anche da Jennifer Lopez agli Oscar, dimostra la sua capacità più rara: creare bellezza che trascende il tempo e il corpo. Due donne diversissime, un solo abito, la stessa perfezione.

Intorno a Valentino si forma una corte elegante e affettuosa: dive di Hollywood, teste coronate, artisti, amici. Liz Taylor, Sophia Loren, Julia Roberts, Cate Blanchett. Sei Oscar vinti da attrici vestite da lui, come se la sua mano portasse fortuna. Tra Roma, Parigi, Gstaad e castelli francesi, Valentino costruisce un’esistenza che è essa stessa un’opera d’arte. Tavole impeccabili, feste leggendarie, carlini inseparabili. Nulla è lasciato al caso, perché tutto è espressione di una visione.
Vende il marchio nel 1998, molto prima di altri, con lucidità e anticipo. Continua a lavorare, riceve onorificenze, partecipa al cinema, fino al ritiro del 2007. L’addio è romano, teatrale, indimenticabile: Colosseo, Ara Pacis, alta moda. E quella chiusura in rosa, inattesa, delicatissima, quasi un saluto sussurrato.

Il documentario «Valentino, the last emperor» rivela al pubblico anche le fragilità, le ferite, l’amarezza. Ma soprattutto restituisce la verità di un amore e di una dedizione assoluta al lavoro. La standing ovation che accompagna il film in tutto il mondo è una carezza tardiva, ma meritata.
Valentino aveva visto giusto anche sul futuro della sua maison. I direttori creativi Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri, poi Piccioli da solo, sono la prova vivente della sua capacità di riconoscere il talento. Anche da lontano, anche da «ritirato», continuava a osservare, a giudicare, a proteggere la bellezza. Inamovibile solo su una cosa: il cattivo gusto, che non ha mai perdonato, nemmeno nell’era delle influencer. Forse l’immagine più struggente resta quella del 2019 a Parigi. Le sarte che lo vedono in prima fila e gli corrono incontro, come figlie verso un padre. Le lacrime negli occhi, gli abbracci, l’amore puro. In quel momento c’era tutto: il lavoro, la famiglia scelta, la gratitudine, il tempo che passa.
Ora l’imperatore non c’è più. Ma il suo regno sì. Vive negli abiti, nelle mani che ancora cuciono secondo la sua lezione, negli occhi di chi ha imparato da lui che la bellezza non è un lusso superfluo, ma una forma di rispetto. Mancherà molto. E mancherà a tutti.
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