Meloni e la strategia mediatica che combatte le crisi

Il suo «inabissamento» (qualcuno ha parlato di «tattica del sommergibile») è funzionale a far stemperare le cose, a prendere tempo cercando di derubricare tante questioni spinose
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni interviene all’Assemblea Nazionale della CISL presso l’Auditorium della Conciliazione Roma, 11 febbraio 2025 ANSA/FABIO CIMAGLIA
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni interviene all’Assemblea Nazionale della CISL presso l’Auditorium della Conciliazione Roma, 11 febbraio 2025 ANSA/FABIO CIMAGLIA
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Nel corso degli ultimi avvenimenti politici, la voce della premier Meloni si è sentita poco. Giusto per il comunicato via social del 28 gennaio nel quale annunciava di essere stata iscritta nel registro degli indagati per il caso Almasri: la leader di FdI aveva fatto ciò che le riesce meglio, ribaltando le accuse su chi aveva presentato l’esposto e evocando una sorta di complotto ai danni del Governo, aggiungendo di non essere ricattabile.

In quella occasione, la Meloni non è fuggita di fronte all’emergenza mediatica, ma l’ha sfruttata a suo favore in due modi: contrattaccando e usando mezzi di comunicazione senza contraddittorio (la variante usata altre volte passa per interviste «empatiche» concesse a organi di stampa o alla Rai, ma mai per confronti diretti con giornalisti reputati avversari o scomodi).

La premier è abituata ad attaccare: lo fa anche in Parlamento, talvolta alzando i toni del discorso e della voce, con una mimica molto significativa e mediaticamente utile a galvanizzare i suoi sostenitori. Poi c’è la Meloni riflessiva, che si comporta con i problemi più gravi (dimissioni mai date dalla Santanchè; centro per i migranti in Albania sempre vuoto; scontro governo-magistrati, tramite Nordio e Piantedosi; il caso dei giornalisti spiati) come Andreotti fece in occasione del rimpasto dei ministri della sinistra Dc che si erano dimessi in polemica con l’approvazione della legge Mammì (che favoriva le televisioni di Berlusconi).

In quel tempo lontano, Andreotti si limitò a comunicare all’aula i nomi dei ministri subentranti, senza aprire un dibattito e senza andare al Quirinale per una crisi pilotata: insomma, scelse la strategia della minimizzazione, che è la stessa oggi usata dalla Meloni. La premier ha capito che l’opinione pubblica può agitarsi e perdere fiducia, di fronte a tanti problemi e sollecitazioni; perciò, preferisce delegare le dichiarazioni a ministri ed esponenti di partito e della maggioranza.

Il suo «inabissamento» (qualcuno ha parlato di «tattica del sommergibile») è funzionale a far stemperare le cose, a prendere tempo cercando di derubricare tante questioni spinose e soprattutto a non esporsi con affermazioni o discorsi che potrebbero esserle nocivi, sul piano elettorale. Da un punto di vista politico, ognuno può giudicare questa linea come crede, ma sul piano mediatico funziona. Quando era all’opposizione, la Meloni cannoneggiava tutti i giorni perché non aveva la responsabilità di guidare un governo, ma soprattutto perché non era alla guida di un piccolo esercito di popolo che rappresenta fra il 25 e il 30% di chi va a votare.

Oggi la «balena bianca» di centrodestra che fu Forza Italia e poi il Pdl è Fratelli d’Italia. La Meloni sa che la gran parte di questi voti non viene dai vecchi camerati di Colle Oppio, ma da tante persone che si sono affidate a lei perché governi il Paese senza scossoni e senza sorprese (magari anche senza impelagarsi in polemiche). Insomma, i suoi elettori la premiano perché si inabissa quando, parlando, potrebbe mettersi nei guai e turbare la tranquillità del votante medio, ma le danno fiducia anche quando usa i social o le comunicazioni (quasi sempre senza reale contraddittorio) o il Parlamento per attaccare i nemici del blocco sociale e politico di destra.

Questa impostazione «double face», quindi, è pienamente funzionale alla navigazione della Meloni e spiega perché guida il governo ormai da due anni e tre mesi (è già al settimo posto, alle spalle del terzo governo Moro che sarà superato il 20 febbraio; a fine marzo sorpasserà anche il primo governo Prodi, mentre verso metà luglio arriverà al quarto posto superando i 1024 giorni di Renzi a Palazzo Chigi).

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