Mediterraneo conteso: la Libia si ricompone tra potenze esterne

Quanto sta accadendo in questi giorni potrebbe essere il prodromo della riunificazione del Paese nordafricano, di fatto diviso in tre (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) dopo la caduta di Gheddafi
Esercito libico a Tripoli - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Esercito libico a Tripoli - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
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In questa fine agosto, quasi ignorata dalla comunicazione europea (italiana in primis), una serie di eventi ha interessato la situazione in Libia, indice di qualcosa più di un tentativo di riorganizzarne la postura internazionale: potrebbe essere il prodromo della riunificazione del Paese nordafricano, di fatto diviso in tre (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) dopo la caduta di Muammar Gheddafi, avvenuta ormai 15 anni fa.

Protagonista, ancora, il feldmaresciallo Khalifa Haftar, capo dell’Lna (Lybian national army), che pur senza incarichi di governo né tanto meno riconoscimento internazionale de iure, agisce come capo di stato, firma accordi di cooperazione internazionali e mostra crescente volontà di cooperare col Gun (Governo di unità nazionale) di Tripoli (dopo averne fallito cinque anni fa la conquista a causa dell’appoggio militare fornito alla capitale da Ankara).

Proprio la Turchia è la chiave di volta su cui potrebbe poggiare la riunificazione libica sulla traccia della road map proposta a giugno al Cairo (e accolta con favore dall’Egitto) dall’inviata dell’Onu Anna Tetteh, che prevede elezioni presidenziali e parlamentari per un governo unificato entro 12-18 mesi.

Pochi giorni fa, Haftar (che nei mesi scorsi ha firmato accordi di cooperazione con Russia e Bielorussia) ha incontrato Ibrahim Kalin, capo dell’intelligence turca: sul tavolo sia accordi di ricostruzione e sviluppo economico, sia, soprattutto, i nuovi rinforzati rapporti tra la Turchia (sinora sostenitrice della Tripolitania) e la Cirenaica. All’incontro han partecipato anche i due figli di Haftar, Saddam e Khaled, recentemente nominati vice comandante e capo di Stato maggiore dell’Lna (che è a tutti gli effetti ormai affare di famiglia).

La visita di Kalin non era disinteressata: la Camera dei rappresentanti libica (il Parlamento di Tobruk, unico riconosciuto dall’Onu) si appresta infatti a varare l’accordo marittimo tra Tripoli e Ankara per l’esplorazione in cerca di petrolio e gas nel tratto di Mediterraneo tra Turchia e Creta, che i libici hanno unilateralmente esteso come zona di interesse economico: esplorazione che da tempo acuisce le tensioni tra Turchia, Grecia e Cipro. Se anche Bengasi fosse coinvolta nell’intesa, la zona in cui poterebbero operare le navi turche si allargherebbe a quasi tutto il Mediterraneo orientale.

E questo con il favore dell’Egitto, con cui Ankara ha riallacciato negli ultimi mesi relazioni improntate a una collaborazione spinta (a Gedda, a margine della riunione dei ministri degli Esteri dell’Oci, Organizzazione della cooperazione islamica, il turco Hakan Fidan ha infatti incontrato il collega egiziano Badr Abdelatty, che ha confermato il sostegno del Cairo alle istituzioni della Libia, anche future). Sostegno a Bengasi sottolineato anche dal capo di Stato maggiore egiziano, gen. Khalifa, che il 25 agosto si è congratulato con Khaled Haftar nominato al vertice dell’Lna (nel comunicato si sottolinea «l’orgoglio delle Forze armate egiziane per le relazioni storiche con le controparti libiche»).

Milizie libiche - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Milizie libiche - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

Una cooperazione, quella turco-egiziana, che può contare anche sul sostegno dell’Arabia Saudita, economicamente pesantissimo. Il giorno prima il «rais» Haftar aveva invece incontrato a Bengasi il capo dell’intelligence egiziana, gen. Rashan, mentre nel porto di Bengasi attraccava la corvetta militare turca Kinaliada, con a bordo l’ambasciatore di Ankara in Libia, Begic, e alcuni ammiragli turchi.

Si profila dunque la chiusura di un cerchio la cui circonferenza è tracciata da Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Russia (che ha ottimi rapporti con Ankara, in Cirenaica mantiene duemila contractors dell’Africa Corp e mira a stabilirvi una base navale dopo che quella siriana di Tartus è diventata ingestibile). Una situazione che ha anche il benestare di Washington, che non pare preoccupata delle tensioni che potrebbero riesplodere con Grecia e Cipro, anche per la gestione dei flussi migratori. Il tutto nell’irrilevanza dell’Unione Europea (che nell’ultimo documento «strategico» ha dedicato solo mezza paginetta al Mediterraneo) e nella drammatica inconsistenza italiana, che in Libia affida la sue fortune alla sola Eni: certamente assai ben introdotta e posizionata, grazie anche a tradizione, efficienza e competenza. Sperando che (viste le recenti tendenze geostrategiche) in un futuro neppure troppo lontano qualcuno non abbia la tentazione di mettersele sotto i cingoli.

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