La manovra del governo Meloni: seria, ma poco ambiziosa

Seria, nel complesso, ma poco ambiziosa: così può essere definita la manovra finanziaria di quest’anno. La serietà è la prima caratteristica rimarcata dalla stessa premier Meloni, con riferimento in primis alla tenuta dei conti pubblici. In realtà, come risulta dal Documento programmatico di bilancio, il deficit pubblico sul Pil potrebbe scendere al 3% già quest’anno, ciò che consentirà all’Italia di uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo dell’Ue. Il miglioramento dei saldi di bilancio ha portato alla recente discesa dello spread sui titoli italiani e ad un giudizio meno negativo da parte delle agenzie di rating e dello stesso Fondo monetario internazionale (nonostante uno stock di debito ancora attorno al 138% del Pil).
Il miglioramento del disavanzo è dovuto al buon andamento delle entrate. In realtà la pressione fiscale ha toccato un nuovo massimo: il 42,8% è l’ultima stima del governo, che attribuisce questo risultato alla buona crescita dell’occupazione. In teoria, la crescita occupazionale farebbe crescere sia il gettito fiscale (al numeratore del rapporto che misura la pressione fiscale) sia il Pil (al denominatore del rapporto) e quindi non dovrebbe avere effetti sulla pressione; in realtà, però, l’effetto sul numeratore è maggiore poiché la tassazione è in gran parte concentrata proprio sui redditi da lavoro, in particolare quelli da lavoro dipendente.
Inoltre sta agendo un significativo «fiscal drag»: il drenaggio fiscale è dovuto al fatto che l’inflazione sposta i contribuenti in scaglioni di reddito con aliquota maggiore, anche se i loro redditi reali non sono aumentati. Sebbene la manovra possa essere definita seria nel suo complesso, questa caratteristica non riguarda tutte le sue articolazioni. Certamente non seria è l’ennesima rottamazione delle cartelle, con la quinta sanatoria proposta: mentre i furbetti riescono in vari modi a sfuggire al fisco, il carico fiscale continua ad essere eccessivo nel caso di contribuenti – famiglie e imprese – onesti. Quando invece la lotta all’evasione fiscale è stata condotta con azioni più strutturali, quali la fatturazione elettronica (introdotta in modo progressivo nell’ultimo decennio), l’impatto positivo sul gettito è stato significativo.
Quanto alle altre misure contenute nella manovra, apprezzabile è il taglio delle aliquote Irpef sui redditi medi (con sgravi effettivi quantificabili tra 3 e 36 euro mensili a seconda del reddito), come pure le altre forme di sostegno dei redditi bassi, inclusa la parziale detassazione degli aumenti contrattuali (sui primi scaglioni di reddito) e dei premi di produttività. Provvedimenti utili ma che alleviano molto parzialmente il problema dei salari troppo bassi e degli «squilibri salariali», rimarcato pochi giorni fa dallo stesso Presidente Mattarella, che ha altresì ricordato che i redditi da lavoro dipendente e da pensione danno il contributo principale al gettito fiscale.
Nella manovra si trovano poi diversi interventi a favore delle famiglie (sostegno alla natalità), delle imprese (incluso il super-ammortamento), nuovi stanziamenti per la sanità per l’assunzione di medici e infermieri (finalmente si comincia a ridurre il gap rispetto ad altri Paesi europei), ritocchi di alcune imposte (ad esempio su sigarette e gasolio); inoltre, l’adeguamento dell’età pensionabile ci sarà dal 2027 ma in modo graduale. Infine, oltre ai tagli (da precisare meglio) alle spese dei ministeri c’è il «contributo» a carico di banche e assicurazioni, che comprenderà misure sia temporanee e volontarie sia strutturali.
La seconda caratteristica (citata all’inizio) della manovra è quella di essere poco ambiziosa; e non solo per le sue dimensioni contenute: 18,7 mld di euro, in sostanza la più «piccola» dell’ultimo decennio. Questo limite in parte è dovuto alle regole europee del Patto di stabilità, che pongono limiti alla crescita annua della spesa pubblica primaria (come specificato nel Piano strutturale di bilancio). Peraltro qualche misura più incisiva per stimolare la crescita sarebbe stata opportuna: la crescita del Pil continua ad essere dello 0,5% annuo o poco più. Oltretutto, c’è il rischio che dall’anno prossimo potrebbe essere perfino più bassa, tenuto conto della conclusione del Pnr
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