Opinioni

In Mali i ribelli jihadisti segnano il fallimento russo

Sostituiti sul campo i francesi, gli uomini di Putin non sono stati all’altezza del compito, incapaci di avere la meglio su un territorio tanto vasto
Romina Gobbo

Romina Gobbo

Commentatrice

Militari russi dell'Africa Corps in Mali - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Militari russi dell'Africa Corps in Mali - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

«A Kidal i russi ci hanno traditi». Questa dichiarazione di un funzionario maliano a Radio France Internationale, sintetizza la rottura tra la giunta militare al governo del Mali e gli Africa Corps, i mercenari russi presenti nel Paese dal 2021. Arrivati come compagnia Wagner, guidata da Yevgeny Prigožin, e con corrispettivo l’accessibilità alle risorse naturali, i russi avrebbero dovuto proteggere la giunta militare guidata dal generale Assimi Goïta, insediatasi a seguito di due golpe – nel 2020 e nel 2021 -, e operare in funzione antiterrorista.

— Lukyluke31 (@Lukyluke311) April 29, 2026

Sostituiti sul campo i francesi, i russi non sono stati all’altezza del compito, incapaci di avere la meglio su un territorio tanto vasto. E probabilmente molto più interessati alle riserve aurifere del Mali, terzo Paese africano per esportazioni di oro. Chiamati anche ad addestrare l’esercito regolare (FAMA), non sono mai piaciuti ai militari locali compensati con paghe molto più basse. Inoltre, secondo un’inchiesta di Africa Report, i mercenari si sono macchiati di esecuzioni e torture ai danni dei civili, violazioni dei diritti umani delle quali essi stessi hanno postato foto e video su Telegram.

È in questo clima già ostile alla presenza russa (nel 2024 avevano perso ottanta uomini in un’imboscata a Tinzouaten) e, di conseguenza, alla giunta militare, che quella presenza l’aveva favorita, che è maturata la crisi del fine settimana tra il 25 e il 26 aprile, quando il Paese ha subito una serie di attacchi congiunti in tre località diverse: a Kati, non lontana da Bamako, nell’area dell’aeroporto internazionale “Modibo Keita”, vicino alla capitale, e in alcune località del nord; oltre a Kidal, anche Mopti, Sevare e Gao. Una crisi che ha visto il suo apice nell’uccisione, con un’auto kamikaze, del ministro della Difesa, Sadio Camara, e della sua famiglia.

Camara, che si era formato in Russia, è considerato l’artefice della svolta politica che ha estromesso i francesi e benedetto l’arrivo dei russi. D’altra parte, la resa praticamente senza combattere degli Africa Corps all’arrivo dei ribelli a Kidal, città rivendicata dai tuareg fin dal 2012 come capitale del nord indipendentista, ha minato definitivamente la credibilità di Mosca come partner per la sicurezza. Staremo a vedere quanto questo inciderà sull’influenza della Russia nel continente africano, il cui obiettivo principe è allontanarlo dall’orbita occidentale.

Gli attacchi di sabato 25 in Mali sono stati perpetrati da una coalizione che vede in campo il Fronte di Liberazione per l’Azawad (FLA), la principale organizzazione della comunità tuareg, e Jama’a Nusrat Ul-Islam wa al-Muslimin - Gruppo di supporto all’islam e ai musulmani (GSIM), affiliato ad al-Qaeda. Un’intensità tale non si registrava nel Paese dal 2012 quando la volontà di indipendentismo delle popolazioni tuareg del nord, divenne ostilità aperta verso il governo centrale, allora guidato dal generale Amadou Toumani Touré.

Potendo contare sulle armi provenienti dagli arsenali libici essendo stati alleati di Gheddafi, i tuareg conquistarono Kidal. L’intervento francese con l’Opération Serval (sostenuta anche dai partner europei, dagli Stati Uniti e dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale-Ecowas) riportò sotto il governo alcuni territori controllati dai ribelli. La successiva operazione Barkhane fu mirata contro i gruppi islamisti nell’intera regione del Sahel, ma, dato che non erano riusciti a stabilizzare il Paese, nel 2022 i francesi furono estromessi, in favore dei russi che, nel novembre 2023, coadiuvarono l’esercito nella riconquista di Kidal. Allora ad operare era la Wagner, gruppo paramilitare privato assai efficiente, ma troppo indipendente agli occhi del Cremlino.

«Il dispositivo è stato rafforzato, la situazione è sotto controllo e le operazioni di ricerca e di intelligence proseguono. Il Mali ha bisogno di lucidità e non di panico». Così, il 28 aprile, il generale Goïta ha inteso rassicurare il Paese, apparendo in diretta alla tv nazionale. La sua credibilità era stata offuscata anche dall’aver recentemente promulgato una legge che gli garantisce un mandato quinquennale, rinnovabile senza elezioni, «tutte le volte che sarà necessario fino alla pacificazione del Paese», diventando di fatto presidente della Repubblica del Mali. E non assolvendo alla promessa di restituire il potere ai civili entro il 2024.

Se nei piani dei ribelli tuareg c’è sempre stata la creazione di uno stato nel nord del Mali, chiamato Azawad, i gruppi jihadisti hanno lasciato intendere di volere l’intero Paese per farne uno Stato islamico governato dalla Shari’a. Da alcuni rumor dell’ultima ora, sembra che sia stato ucciso il portavoce dei tuareg, Mohamed Elmaouloud Ramadane; se confermato, questo potrebbe dare alla situazione una nuova prospettiva.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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