Opinioni

L'illusione perfetta degli amori incompiuti

In fondo ci si innamora anche di ciò che ci separa, di ciò che ci manca, di ciò che ancora non abbiamo conosciuto
Silvia Valentini
Una persona in attesa
Una persona in attesa

Nei fondali della vita si aggirano storie senza luce. Guido, 70 anni, muore lo stesso giorno della sua quarantennale amante, madre del figlio segreto, della cui esistenza la famiglia ufficiale verrà a conoscenza leggendo il suo testamento. Monica a trent’anni si innamora del suo professore di università, sposato, con figli, più vecchio di lei di 15 anni e ne diventa l’amante per altri 30. Murata viva dentro ad una semiclandestinità sostenuta da promesse mai realizzate, incastrata nel sottofondo della vita di un uomo capace di offrirle solo tempi a intermittenza. Ancella dell’attesa, tenuta in vita con brevi sorsi di presenza, tristi succedanei di quella reale.

«Sono coppie bellissime», ci ricorda Lingiardi nel suo «Farsi Male» (Einaudi Editore), «ma non sono coppie», conclude. E pensa alla Cio-Cio-San (alias Madama Butterfly) di Puccini, viva nella indiscutibile fede nel ritorno di Pinkerton, marito e padre di suo figlio. Lui tornerà davvero, con la moglie americana, per portarle via il loro figlio. «Non mi colpiscono gli amori infelici», scrive Lingiardi, «mi colpiscono gli amori infelici che durano una vita».

Eppure io mi domando, invece, se il senso di queste tristi storie non stia proprio lì, in quell’assenza che non si sporca mai di vita. Non la felicità, ma la tensione verso la stessa. Non l’approdo, ma il viaggio. Non la presenza, ma la distanza. Una domanda scomoda, molto scomoda. In fondo ci si innamora anche di ciò che ci separa, di ciò che ci manca, di ciò che ancora non abbiamo conosciuto. A Tresigallo, «città metafisica» della pianura padana, un tempo c’era un albero: l’albero degli amori impossibili. Era mèta di pellegrinaggi senza sosta.

In «La douleur», Marguerite Duras racconta proprio questo: l’attesa del marito (deportato), come forma estrema di vita; il dolore insostenibile che regge la sua intera sopravvivenza finché lui non torna, ed è allora, e solo allora, che scopre di non amarlo più. Finché tutto resta possibile, speranza e disperazione convivono in equilibrio perché l'incompiuto contiene tutti gli scenari possibili senza che la realtà li dissolva. Ciò che si realizza entra nel mondo delle cose finite: acquisisce contorni, limiti, imperfezioni. Ciò che non si realizza rimane intatto, conserva la possibilità di continuare a trasformarsi, espandersi, generando illusioni e fantasie infinite.

Il ritorno dell’uomo reale non restituisce a Duras l’illusione di ciò che era stato perduto. La tensione per l'incompiuto è generativa di significati, tiene le persone che vi si immolano, sepolte vive, in totale dipendenza emotiva da un sogno che non si compirà mai, murate dentro ad una dimora costruita nel limbico intervallo tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Un luogo in cui il desiderio sopravvive proprio perché non trova mai soddisfazione.

«Moriamo ricchi di amanti e di tribù, di gusti che abbiamo inghiottito, di corpi che abbiamo penetrato, risalendoli come fiumi, di paure in cui ci siamo nascosti come in questa caverna stregata. Siamo noi i veri paesi, non le frontiere tracciate sulle mappe. Lo so che tornerai e mi porterai fuori di qui nel palazzo dei venti. Non ho mai voluto altro che camminare in un luogo simile con te, con gli amici. Una terra senza mappe. La lampada si è spenta e sto scrivendo nell'oscurità».

Michael Ondaatje - Il Paziente Inglese.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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