Le fatiche elettorali del centrosinistra

Il risultato del Pd in Liguria è stato lusinghiero: il partito della Schlein ha raggiunto il 28,47% dei voti, superando i dati di politiche, europee e regionali precedenti. Il problema del centrosinistra, oggi, non sembra quindi il Pd, ma forse bisogna fare un approfondimento sul seguito elettorale del partito. Sebbene gli avversari lo etichettino come erede del Pci, il Pd non ha praticamente più nulla del soggetto politico guidato da Berlinguer.
Non parliamo dell’impianto ideologico e del centralismo democratico, ormai dimenticati da 35 anni, ma persino l’insediamento territoriale tradizionale è quasi del tutto franato: restano la Toscana e l’Emilia-Romagna (dove però si vota a breve) ma non più con le percentuali di consenso di una volta; inoltre, l’Umbria, la Liguria e le province settentrionali delle Marche non sono più «rosse».
Nella fusione fra cattolici di sinistra e post comunisti, il Pd è diventato un partito sostanzialmente laburista o socialdemocratico. Sul piano del rapporto fra i voti nei capoluoghi e nel resto del Paese, il Pci aveva scarti positivi nei grandi centri rispetto ai piccoli che variavano dallo zero al due per cento (e prendeva più voti nei comuni minori, nelle regioni rosse).
Invece, i partiti laici e socialisti (Psi, Pri, Psdi, Pli, Radicali) avevano molti più voti nelle grandi città e nei capoluoghi in generale che altrove: erano consensi «d’opinione», ma anche strutturali, perché non c’era un radicamento in tutti i paesini, dove i laici avevano pochi voti di pura testimonianza. Il Pd di oggi è erede elettoralmente, per questa capacità di prendere più voti dove i centri sono più grandi che in quelli minori, dei laico-socialisti e non certo del Pci.
Per l’attenzione ai diritti civili si può dire che è anche, per certi versi, un partito laico «lib-lab» con una presenza cattolica (derivante dalla sinistra Dc) comunque di un certo peso. Ecco perché ha evidenti limiti di sfondamento, che impediscono al centrosinistra di fare quel passo in più che manca per poter vincere.
I dati liguri sono simili a quello del resto d’Italia e parlano da soli: nel complesso dei capoluoghi il Pd ha avuto il 30,36% dei voti contro il 25,81% delle altre città, con una media regionale del 28,47%. A Imperia, mentre in provincia era fermo al 24%, nel capoluogo era al 32,5%; a Savona, al 36% (resto della provincia: 28,7%); nelle zone dove era invece più forte, lo scarto è stato solo dell’1% a Genova e addirittura dello 0,8% in meno alla Spezia. Non solo: alle politiche 2022 il 19,1% nazionale è frutto del 23,3% nei capoluoghi di regione e del 18,3% negli altri centri; alle europee 2024 ha ottenuto il 24,1%, ma il 29,7% nelle «capitali regionali» e il 23,1% altrove.
Questi dati ci dicono molto del Pd: 1) non è radicato nei centri minori; 2) non ha una piattaforma programmatica tale da poter raggiungere elettori che hanno una formazione socio-culturale diversa dai «cittadini metropolitani»; 3) non ha una struttura comunicativa «duale», capace di parlare a mondi diversi restando credibile (la Dc era interclassista e prendeva i voti degli operai e degli imprenditori, degli impiegati e dei liberi professionisti, delle casalinghe come delle donne lavoratrici, di chi - dal centro - guardava a destra come di chi guardava a sinistra), mentre il partito della Schlein non lo sa fare. Il problema non è solo della segretaria, ma di tutti i suoi predecessori: la stessa brillante ispirazione (coronata da un buon risultato, alle politiche del 2008) avuta da Veltroni primo leader del Pd era però già troppo «metropolitana» e poco attenta all’«altra Italia» fatta di paesi e paesini dove vive la stragrande maggioranza dei nostri connazionali.
La destra ha saputo parlare in tanti modi - anche semplici, persino rozzi e diretti, ma comunque convincenti - a questa seconda Italia, mentre non sfonda nelle metropoli, però vince perché ha un vantaggio territoriale (come si diceva, nei capoluoghi abita molta meno gente che altrove). Forse a questo Pd servirebbe un po’ di scuola del vecchio Pci e della vecchia Dc, con la riapertura di migliaia di sezioncine di periferia dove ascoltare e trasmettere istanze al vertice, ma anche con una comunicazione più mirata agli esclusi e all’«altra Italia».
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