L’attentato a Trump è la prova delle lacune nei protocolli di sicurezza

Sette degli ultimi nove presidenti sono stati oggetto di attentati, così come almeno due candidati alle presidenziali
I tiratori esperti appostati su un tetto vicino al palco del comizio di Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I tiratori esperti appostati su un tetto vicino al palco del comizio di Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Nell’immaginario collettivo l’intelligence ha l’attributo di essere infallibile. Una sorta di potere occulto, un vero Grande Fratello orwelliano in grado di prevedere tutto in anticipo, grazie alla forza di una conoscenza assoluta e totale delle cose. Mito che si è perpetrato anche attraverso la narrativa, la cinematografia o ultimamente anche per mezzo delle teorie del complotto, le quali, in maniera talvolta assai fantasiosa, vedono in ogni suo eventuale fallimento uno scenario cospirativo, dietrologico, occulto.

Ci si scorda spesso che l’etimo dell’intelligence derivi dal latino intus legere, ovvero leggere in profondità, capire ciò che è dentro, per comprendere ciò che è intorno a noi. Non quindi una scienza esatta, ma una modalità di analisi che spesso può anche essere fallace, ingannevole. Molti sono i casi che la Storia ci restituisce, a partire dalla mancata capacità predittiva dell’attacco arabo a Israele nel 1973, che diede via alla guerra dello Yom Kippur, sino a quello del 7 ottobre 2023, con il conseguente conflitto a Gaza, passando per l’11 settembre 2001, con gli attentati a New York e Washington.

Certo è che l’attentato ai danni di un leader o di una figura di spicco porta con sé profonde conseguenze politiche, spesso inimmaginabili, come è ben comprovato dall’assassinio di Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914: due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo, come recita il bel titolo del libro di Emilio Gentile sulla Grande Guerra.

L’intelligence deve aiutare a comprendere quale sia l’effettivo rischio di minaccia esterna e interna di un Paese, per i propri cittadini, così come per le istituzioni, comprese le alte personalità politiche che ne compongono l’élite, siano esse di governo o di opposizione. Più alto e importante è il bersaglio, maggiore sarà la eco provocata e, con essa, anche le conseguenze dell’atto.

Nel caso statunitense sette degli ultimi nove Presidenti sono stati oggetto di attentati, così come almeno due candidati alle presidenziali: Bob Kennedy, ucciso per il sostegno dato a Israele nella guerra dei Sei Giorni secondo le dichiarazioni del suo omicida e George Wallace, ferito non per le sue posizioni politiche a tratti segregazioniste, ma da un individuo alla ricerca di notorietà personale. Stesso movente che armò la mano dell’attentatore di Ronald Reagan nel 1981: colpire un’alta personalità per entrare nella storia e far colpo su Jodie Foster, per la quale provava un’ossessione morbosa.

Ora, drammaticamente, è toccato ad una figura politica di alta caratura, un attentato a un ex Presidente e, contemporaneamente candidato alle prossime elezioni di novembre.

Così come per quelli in carica, anche la sicurezza degli ex Presidenti USA è demandata al Secret Service, agenzia del governo federale, la quale secondo una legge del 1965 deve provvedere alla loro incolumità, così come a quella delle consorti per il resto della la loro vita. Così come a loro compete la protezione dei candidati alla presidenza ed alla vicepresidenza.

Nonostante quindi paradossalmente Trump si trovasse, in stretti termini di legge, sotto un duplice obbligo di protezione, il tentativo di omicidio di ieri prova che vi sia stato qualcosa di lacunoso nei protocolli di sicurezza. V’è sempre un margine di aleatorietà e di imprevedibilità da considerare anche nelle più strette misure di protezione. È matematicamente impossibile escludere la possibilità che non si possa verificare alcun attentato terroristico, soprattutto se questo è organizzato e portato a termine da un individuo singolo, un cosiddetto lupo solitario. Si possono mettere in atto tutta una serie di procedure atte a limitarne la realizzazione, a identificare le potenziali minacce e a scongiurarle, e questo pertiene alla sfera dell’intelligence, ma la prevenzione è obiettivo e scopo della politica. Se fallimento v’è stato, da parte dell’intelligence ciò consiste nel non aver correttamente riprocessato il flusso di eventuali informazioni circa l’attentatore o il suo piano criminoso, o non averle recepite, analizzate immediatamente e immediatamente assunto decisioni di carattere tattico, come evacuare il luogo del comizio o impedire a Trump di concludere il discorso.

Da parte della politica il fallimento conclamato è invece ascrivibile ancora al numero impressionate di armi circolanti negli USA: 120 ogni 100 persone, molte di queste da guerra, come l’AR15, fucile semiautomatico che ha utilizzato l’attentatore. Una politica di più rigido controllo servirebbe non a scongiurare purtroppo in assoluto il pericolo di attentati, ma per lo meno di ridurne drasticamente le probabilità di esecuzione.

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