Opinioni

La violenza in famiglia e la cura dell’anima

Considerazioni necessarie sulla comunicazione e sull’evoluzione personale dopo l’eccidio di Paderno Dugnano
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

La violenza tra le mura di casa ci interroga - © www.giornaledibrescia.it
La violenza tra le mura di casa ci interroga - © www.giornaledibrescia.it

Il cammino intrapreso con questa rubrica, queste piccole passeggiate nel mondo dei conflitti alla ricerca del Santo Graal della comunicazione, i suoi canoni e le possibili soluzioni, non ci consentono, oggi, di ignorare la cronaca ed il biblico ed efferato eccidio di Paderno Dugnano. Una vicenda che richiederebbe la cosiddetta sospensione dell’incredulità (astuzia della ragione che solleva dal porsi domande impegnative con risposte impossibili) o quantomeno una sospensione del giudizio (cd. epoché) ed invece suscita, in noi, pensieri, giudizi, tentativi di interpretazione forse per placare l’angoscia di essere tutti in pericolo anche fra le mura di casa.

È inevitabile che vicende come questa che hanno come teatro proprio la famiglia ed i legami che in essa si creano, scavino nella parte oscura dell’animo umano reso ancora più fragile dai sentimenti che lo scuotono. Matteo Lancini, psicologo e presidente della Fondazione Minotauro di Milano interpellato sulla vicenda così commenta: «Sempre più spesso i ragazzi faticano ad esprimere le proprie emozioni e i propri conflitti interiori. La comunicazione si interrompe e si ricorre al gesto estremo come unica via di sfogo (...) la capacità di gestione dei conflitti è il miglior antidoto all’uso della forza distruttiva». Il conflitto si inscrive sempre in una posizione intermedia fra uno stato d’ordine iniziale ed il disordine finale.

Se non si intravede la sua potenza trasformativa e non lo si attraversa, l’inascoltato cercherà un modo per farsi riconoscere sfociando nella tragedia, quella stessa tragedia che i Greci drammatizzavano, appositamente, perché fosse scuola di Vita, e che Morineau ha messo alla base dell’azione stessa del mediatore: theoria (esposizione del vissuto, essere ascoltato senza essere giudicato), krisis (la manifestazione della fragilità dell’essere umano) e katarsis (incontro e riconciliazione). «Dove le parole restano inascoltate o dove la parola fallisce, la violenza fisica diventa l’unica forma d’espressione quotidiana: un mezzo per essere riconosciuti e visti» ci rammenta.

Un punto di osservazione altrettanto importante ci viene da Bateson e dalla Scuola di Palo Alto che nella cd. teoria della comunicazione con i suoi famosi cinque assiomi, ci mette di fronte a due altre verità tanto scomode quanto importanti: 1-la violenza è un atto comunicativo; 2- la relazione è una «Danza circolare» dove la vittima o le vittime hanno sempre un ruolo, seppure involontario, nel generare la tragedia. Una verità inaccettabile per una cultura come la nostra che, semplificando tutto nel dualismo vittima- carnefice, colpevoli ed innocenti, buoni e cattivi, unità di misura del giudizio etico e morale, scatena immediata indignazione, giustizialismo, esecuzioni mediatiche. Fenomeni di grande impatto emotivo utili al contenimento dell’ansia ma assolutamente inefficaci nel cambiare la sostanza delle cose. La mediazione accoglie il dramma e conduce la sofferenza verso un altro livello.

«La guarigione può avvenire solo attraverso la cura dell’anima» ricorda Morineau. «Se non si raggiunge la dimensione più elevata è difficile trovare pace». «Illumina ciò che ami senza toccarne l’ombra» suggeriva, saggiamente, il compianto Christian Bobin, a tutti noi che annaspiamo, fragili, nell’esaltante e complicato sentiero dell’Amore in tutte le sue forme.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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