Opinioni

La sfida Harris-Trump e la politica estera degli Stati Uniti

Il 5 novembre si affrontano due visioni confliggenti sulle relazioni internazionali
Paolo Corsini

Paolo Corsini

Editorialista

Sarà sfida aperta tra Donald Trump e Kamala Harris, anche sui temi chiave della politica estera - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Sarà sfida aperta tra Donald Trump e Kamala Harris, anche sui temi chiave della politica estera - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Le elezioni americane stanno ormai avvicinandosi. I fatti sono noti: Trump dispone di un controllo pressoché assoluto del suo partito, Biden si è ritirato dopo il confronto televisivo che lo ha visto nettamente soccombente e all’indomani del fallito attentato al suo avversario, dato in crescita di consensi presso un’opinione pubblica più sensibile ai temi identitari.

A seguire la candidatura di Kamala Harris, non propriamente brillante nella sua qualità di vicepresidente, ma forte del sostegno di tutte le componenti della formazione democratica, nonché in grado di mobilitare l’elettorato di riferimento e di calamitare su di sé quei settori moderati critici nei confronti di Trump.

Questi peraltro ha dovuto modificare la sua narrazione della contesa in corso con un Biden debole e vulnerabile e inventarne una nuova. Poi, il secondo attentato ai danni del candidato repubblicano e sondaggi altalenanti con buona dose di approssimazione quanto agli «Stati incerti» che alla fine saranno decisivi.

Al di là della scarsa concretezza delle prospettive programmatiche dei due contendenti in materia di economia – lotta all’inflazione e sviluppo dell’occupazione – e delle divergenze circa l’interruzione di gravidanza, la sicurezza e l’immigrazione, è soprattutto il vasto dossier della politica estera a costituire un interessante banco di prova in vista del ruolo che gli Usa potranno assumere in rapporto all’Europa e nello scenario globale.

Con Trump varrebbero elementi di marcata discontinuità rispetto a Biden, con Harris si assisterebbe invece ad un rinnovato rafforzamento del vincolo transatlantico: da un lato, per il primo, una pratica di scambio tra gli interessi americani e quelli dei singoli Paesi, preferibilmente a conduzione nazionalsovranista, considerati prossimi e affini; dall’altro, per la seconda, una spiccata attitudine al dialogo con l’Unione europea nel suo complesso nella ricerca di linee comuni.

Scottante è poi la questione della Nato con Trump che lascia intravedere una politica di progressivo disimpegno, comunque condizionata dall’ingiunzione all’Europa di rendere disponibili più ampie risorse; con Harris impegnata a far sì che nell’Alleanza atlantica la presenza europea sia politicamente più attiva quanto agli impegni comuni assunti e da assumere. Direzioni comunque nettamente diverse assumerebbe la politica estera americana a seconda di chi vincerà le elezioni.

Nel caso del conflitto russo-ucraino, una probabile penalizzazione delle ragioni di Kiev da parte di Trump – la cessione dei territori occupati dall’esercito russo – e la ricerca di accordi favorevoli a Putin. Quanto ad Harris la prosecuzione dell’«entente cordiale» con l’Europa e la definizione di una strategia condivisa sia sul piano politico-diplomatico che militare. Non c’è dubbio inoltre che il leader repubblicano, una volta presidente, si schiererà senza indugi al fianco di Netanyahu sino ad assecondarne il rifiuto della prospettiva «due popoli, due Stati», nonché la volontà di risolvere in termini militari il conflitto in corso. Senza contare una linea di forte pressione nei confronti dei nemici di Israele a cominciare dall’Iran.

Da parte sua Kamala Harris si muoverà con molta circospezione e prudenza: nessuna revoca dello storico sostegno degli Usa allo Stato ebraico con la riaffermazione del suo diritto all’esistenza e alla sicurezza; nel contempo però la ricerca di una soluzione negoziata per porre termine alla «guerra ai civili» quale di fatto è diventata la vicenda di Gaza, nonché un percorso la cui meta consisterà nel riconoscimento al popolo palestinese di costituirsi in Stato legittimato a livello internazionale.

Infine la questione cinese. In questo caso si può ipotizzare una strategia retta su un comune presupposto. Vale a dire il contenimento dell’influenza di Xi Jinping nelle relazioni globali e l’intento, attraverso politiche protezionistiche volte a scoraggiare le importazioni, di tenere alto il livello della competizione economica e della sfida tecnologica. Da parte di Trump, il tutto nel quadro di una accentuazione del profilo identitario degli Stati Uniti sulla base delle parole d’ordine «rendiamo l’America di nuovo più grande»; da parte di Kamala Harris la prospettiva di rilanciare il sogno americano e di assegnare al Paese un ruolo di faro per la democrazia e di artefice del progresso.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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