La rivoluzione liberale di Gobetti contro il fascismo

Cento anni fa moriva in seguito ai postumi delle aggressioni fasciste, Piero Gobetti, «l’insulso oppositore», nella sprezzante definizione di Mussolini, tra le figure di maggior spicco dell’Italia degli anni ’20 del Novecento, esponente – così Luigi Einaudi – di «un liberalismo fondato sopra l’idea della fecondità della lotta per il progresso civile e sociale e pertanto della libertà garantita nella quale soltanto la lotta può svolgersi per il bene di tutti».
Una riflessione quella di Gobetti di grande originalità, nella quale su di uno sfondo di idealismo gentiliano si innesta la distinzione crociana tra attività teorica e pratica, nonché una critica severa tanto del liberalismo conservatore quanto del riformismo socialista. Da esso Gobetti prende le distanze sulla scorta di quel Sorel che viene rivisitando Marx alla luce di Bergson e di Nietzsche e dal quale poi si allontana nella scoperta della rivoluzione russa sino all’incontro con Gramsci e i comunisti de «L’Ordine Nuovo». Ancora liceale fonda «Energie nove»: fervore morale, onestà intellettuale, eclettismo, sincretismo, questi i tratti salienti di una esperienza connotata da un acuto interesse per le lotte sociali in nome di una accezione del tutto inedita del liberalismo.
Liberale significa infatti per lui «liberato» e «liberantesi», in nome di una spinta che alimenta lotte sociali e iniziative autonome dal cui seno si formano, selezionandosi, le élites. In parallelo l’intellettuale torinese svolge una meditazione approfondita sulla storia e sulla cultura italiana che ispira la tesi di laurea sulla filosofia politica di Vittorio Alfieri e i saggi di «Risorgimento senza eroi». Lavori dei quali viene individuando nella riforma protestante l’anello mancante, l’occasione perduta nella coscienza civile del Paese, «la ragione della sua immaturità ideale e politica», la carenza di un costume «puritano e rigorista».
Convincimenti che riecheggiano certa ascesi mondana del protestantesimo, alcuni elementi di fordismo, elaborazioni riconducibili alla teoria delle élites, alla luce dei quali si avvicina all’Ottobre russo: la rivoluzione in fondo, con la sua lotta, «interpreta una volontà autonoma di emancipazione delle masse popolari ed è una negazione del socialismo, una affermazione e una esaltazione del liberalismo». Allo stesso modo la teoria marxista «spingendo il proletariato ad assumere le proprie responsabilità nella lotta politica ha, in ultima istanza, un significato squisitamente liberale».
Con questo bagaglio teorico Gobetti si avvicina al movimento dei consigli di fabbrica de «L’Ordine Nuovo», sino a diventare collaboratore e critico teatrale del giornale dei comunisti torinesi: la classe operaia come nuova aristocrazia a fondamento di un nuovo Stato.

Centrale resta il tema – col settimanale «Rivoluzione liberale» Gobetti ne illustra gli sviluppi – della formazione di una classe politica cosciente delle «esigenze sociali crescenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato», nonché della necessità di «preparare spiriti liberi». Un appello agli intellettuali affinché scendano sul piano dell’«utilità comune» a fronte delle violenze perpetrate dal fascismo. Esso è per Gobetti la «rivelazione» di un deficit storico della vicenda italiana – l’assenza del vincolo derivante dalla obbligazione morale –, «autobiografia della nazione» che in Mussolini non trova solo un «tiranno» ma un «corruttore» dell’etica pubblica.
Da qui la polemica con Prezzolini e con la sua «società degli Apoti» – coloro che non la bevono –, una moralità tragica, un rigorismo aristocratico, una coscienza risentita che rifiuta la neutralità della «casta» intellettuale perché «abbiamo un solo fanatismo: la coerenza». Va, dunque, elogiata la «ghigliottina» nella speranza che «i tiranni siano tiranni», che «la reazione sia reazione» così che scaturisca un’insorgenza antifascista.
Il fascismo spegne tuttavia ogni speranza: una forma di «modernizzazione reazionaria» fatta di populismo, di tradizionalismo retrivo, di antiparlamentarismo, esito dell’assenza di un capitalismo illuminato, di una borghesia capace «di direzione ideale». Si conclude così la parabola di Piero Gobetti. La sua biografia è un esempio di resistenza intellettuale quale «resistenza dell’individuo che non è vinto già per il fatto di sentirsi spiritualmente più alto del tiranno». Così come ha lasciato scritto a proposito di Alfieri.
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