La pena di morte, la morte come pena

«C’è stato un tempo in cui conoscevamo il valore della vita, di questa letizia donata, di questo giubilo senza compenso, di questo tripudio dell’essere, di questa straordinaria beatitudine di esistere».
Questo splendido inno alla vita assume oggi il valore di una denuncia delle guerre in corso, delle migliaia di morti innocenti patite in seguito ad attacchi terroristici e alle ritorsioni che ne sono seguite. Immagini di orrore entrano nelle nostre case, suscitando una indignazione che con l’andar del tempo rischia di cedere alla rassegnazione, sino all’indifferenza. Qualcosa di simile, anche se assolutamente non confrontabile rispetto alla dimensione quantitativa, avviene in rapporto alla pena di morte - appunto la morte come pena- che tuttora, in alcuni Stati, viene inflitta a chi si rende responsabile di particolari crimini.
Una afflizione legale, ma pur sempre paradigmatica di come uno scopo giusto - esigenze di giustizia, sicurezza, tutela delle vittime di reato - possa essere disatteso perché perseguito con un mezzo sbagliato. L’incompatibilità della pena capitale con la civiltà risalta ancor più solo a considerare le atrocità con le quali viene eseguita, persino in Paesi democratici. È il caso degli Stati Uniti d’America, come documentato nella vicenda di Kenneth Smith, sottoposto ad esecuzione in Alabama il 25 gennaio di quest’anno attraverso un procedimento protrattosi per ben 22 minuti durante i quali a lungo è rimasto cosciente.
Non è tuttavia che una morte indolore possa essere ritenuta un atto di giustizia. «Il Signore pose su Caino - l’omicida colpevole della morte di suo fratello Abele - un segno perché non lo colpisse chiunque lo avesse incontrato», si legge al verso 15 del capitolo 4 di Genesi/Bershìt. E ancora: «chi uccide Caino sette volte sarà colpevole» e «mise su Caino un segno per non farlo colpire da chiunque lo trovi».
Qui bisogna dunque tornare, qui dove la storia ha preso inizio per poterci dire esseri umani e poterci riconoscere in quello Stato di diritto che non può essere in alcun modo uno «Stato-Caino».
Nel mondo odierno, sono ancora 43 gli Stati abolizionisti solo di fatto, che non eseguono pene capitali da almeno 10 anni, e ben 34 quelli in cui la pena di morte è tuttora in vigore; fra di essi 4 che, stando ai criteri elaborati da Freedom House, possono essere considerati democratici e liberali - Botswana, Usa, Giappone e Taiwan -, i rimanenti satrapìe, Stati canaglia, dittature totalitarie. Per completare il quadro si aggiunga che almeno 3.173 esecuzioni sono state effettuate in 16 Paesi nel 2023.
Una buona notizia è giunta dall’Africa, il continente dove nel 1994 milioni di Hutu hanno sterminato a colpi di machete milioni di Tutsi, e dove in Sudafrica la segregazione razziale ad opera dei bianchi si è protratta sino alla soglia del terzo millennio. Ebbene da un anno a questa parte il Ghana ha abolito la pena di morte diventando il 29° Paese in Africa che ha modificato in toto la propria legislazione in materia, compreso il codice delle forze armate che ancora manteneva la possibilità dell’esecuzione capitale.
Un relitto risalente all’era coloniale finalmente rimosso: da un lato nel segno della volontà di sbarazzarsi di un passato di oppressione e sfruttamento sino allo schiavismo, dall’altro di una conquista di civiltà che richiama i valori della nonviolenza e della democrazia che ad essi è improntata. Ancora una lezione si può trarre da questa vicenda.
Talora il coraggio di una persona sola, nello specifico di un parlamentare, il deputato Francis-Xavier Sosu, sorretto nella sua iniziativa dalla organizzazione non governativa londinese Death Penalty Project, può conseguire risultati che cambiano il grado di civiltà di un intero Paese. È stato grazie infatti al suo impegno che la «Relazione conclusiva della commissione di revisione costituzionale» si è tradotta in un «Libro bianco» coerentemente messo in pratica dall’attuale presidente Nana Akufo-Addo: 170 uomini e 6 donne condannati in attesa di esecuzione hanno così visto mutata la loro pena in una condanna a vita. Un risultato reso possibile grazie anche ad una società civile matura e consapevole che in grande maggioranza si è espressa contro la pena capitale. Un monito severo per quegli Stati che tutt’oggi mantengono una tradizione di barbarie disumana.
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