Opinioni

La North Sea Route: la corsa dell’Artico tra Russia e Usa

Dietro le sortite del tycoon il futuro della NSR
Massimo Cortesi

Massimo Cortesi

Editorialista

Il rompighiaccio russo Chukotka - Foto Kremli.ru
Il rompighiaccio russo Chukotka - Foto Kremli.ru

Portare Putin al tavolo delle trattative per l’Ucraina non sarà, nonostante i proclami, operazione semplice neppure per Trump. La Russia è in vantaggio militare e cercherà di massimizzare le conquiste territoriali, prima che la sua situazione economica, in progressiva difficoltà, da incerta diventi insostenibile.

Proprio gli scenari economici potrebbero rivelarsi una delle carte più favorevoli in mano ai pianificatori di un Occidente che, specie in Europa, fatica a reggere i ritmi militari del sostegno a Kiev e che, soprattutto, non può chiedere alla gente ucraina sacrifici infiniti.

Nulla nella geo strategia è scollegato: così anche le «sparate» di The Donald sul possesso della Groenlandia e del Canale di Panama (rinnovate proprio nelle ultime ore) possono essere in qualche modo associate all’accelerazione imposta da Putin (che certo non può scialare in settori non bellici) al programma di costruzione di grandi navi rompighiaccio a propulsione nucleare.

L’ultima, battezzata Chukotka, è stata varata a fine novembre presente lo stesso «zar»: costata 500 milioni di dollari, pesa 33.500 tonnellate, è propulsa da due reattori da 350 Mega Watt e può rompere ghiaccio spesso sino a tre metri. Fa parte di una classe di quattro unità, la seconda delle quali, la Yakutia, è in completamento e una terza al taglio delle lamiere. Inoltre, il mese prima il Cremlino ha approvato la costruzione di una nuova classe di rompighiaccio nucleari, ancora più grandi e potenti che costeranno 1 miliardo di dollari l’uno.

Simili investimenti, gravosissimi per l’attuale bilancio russo, rientrano in un obiettivo decisivo per l’economia del pianeta nei prossimi cinquant’anni: ovvero lo sfruttamento della NSR, la North Sea Route, la rotta del Mare del Nord.

I ghiacci dell’Artico, infatti, vanno rapidamente riducendosi e nel 2040 quei mari potrebbero essere navigabili per gran parte dell’anno: già nel 2024 da quella rotta è transitata la più grande porta container di sempre e coi rompighiaccio a fare da apripista il mare artico sarà sempre più percorribile. Enormi le prospettive economiche, sia grazie al quasi dimezzamento della lunghezza delle rotte per le navi (con conseguenti risparmi), sia grazie alle possibilità di sfruttare nuove riserve di idrocarburi, gas, terre rare e possibilità di pesca in un pianeta sempre più affamato.

Per capire non bisogna guardare una cartina: la proiezione piana non rende chiara la questione, ma osservando il mappamondo dall’alto tutto diventa evidente. La maggior parte della rotta corre lungo i confini settentrionali della Russia, ma sulla NSR si affacciano tantissimi Paesi Occidentali: Usa, Canada, Norvegia, Danimarca, Svezia e Finlandia, tutti membri della Nato.

Il 10% del Pil e il 20% dell’export russo già oggi passano da lì e Mosca, impegnata nella ricostruzione «imperiale», vi investe da tempo in porti e basi aeree, forte dell’esperienza in operazioni in climi glaciali. Anche Pechino giocherà ruoli fondamentali: parla apertamente di Polar Silk Road, Via polare della seta, si è definita «Paese vicino all’Artico» e in un documento del 2024 ha dichiarato che «garantirà a società cinesi e russe di trarre vantaggi economici dal transito artico».

Lo sfruttamento della NSR renderà meno importante il transito dal rischioso canale di Suez (e, purtroppo per noi, toglierà importanza commerciale al traffico mediterraneo), supererà i limiti del Canale di Panama e aprirà grandi prospettive anche al Nord America.

Senza l’Occidente la NSR non potrà però dispiegare tutti i suoi effetti: ecco perché, ad esempio, una della carte che Trump potrebbe giocare con Putin è la revoca delle sanzioni ai progetti legati alla NSR; i vantaggi sarebbero tangibili pure per gli Usa, a cominciare dall’importanza che acquisirebbero porti come Seattle o Boston. E con lui potrebbero farlo anche Canada, Norvegia, Svezia e Finlandia.

La Groenlandia, oggi nella giurisdizione danese, diventerà sempre più strategica: sarà stata una «boutade» quella di Trump, ma un’ipotetica Groenlandia «a stelle e strisce» romperebbe a Putin oltre a tutte le uova anche il paniere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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