La maturità di Grosso nell’isola felice chiamata Sassuolo

Siamo molto contenti e lo diciamo senza alcuna ironia che Fabio Grosso si trovi tanto bene a Sassuolo. Lo ha rivelato in un lungo racconto a Dazn che ne ha celebrato l’ottimo debutto come allenatore in serie A dimenticando - ahinoi - che in realtà nel massimo campionato il tecnico aveva già esordito, con catastrofici effetti, sulla panchina del Brescia quando durante la stagione 2019-’20 venne a sostituire l’esonerato Corini.
Curioso, tra l’altro, che il tecnico abbia parlato di tutte le sue precedenti esperienze in panchina (persino di quella a Lione dove fu preso a sassate dai tifosi avversari prima di una partita a Marsiglia) sorvolando su quella da noi, durata appena tre settimane col bilancio di 0 punti, 0 gol fatti e 10 subiti . In altre occasioni Grosso ebbe comunque a dichiarare di non avere nulla da rimproverarsi perché, con quel rapido licenziamento non gli fu dato tempo per dare la scossa alla squadra.
In linea teorica il discorso potrebbe anche avere una sua logica, non per chi ha ancora fresco il ricordo di quelle tre raggelanti sfide perse.
E fu lo stesso Rigamonti dopo lo 0-3 con l’Atalanta (seguito allo 0-4 col Torino e al 3-0 sul campo della Roma) a invocare il ritorno di Corini che diede subito una svolta con la vittoria a Ferrara anche se non riuscì poi a evitare la retrocessione.
Allora Grosso veniva da due esperienze in B con Bari e Verona, oggi è un professionista più maturo e consapevole, ha saputo trarre lezione dagli errori commessi e ha conquistato due promozioni in A col Frosinone e col Sassuolo, che ora sta conducendo a un tranquillo campionato di metà classifica e sabato ha fatto soffrire i campioni d’Italia del Napoli a casa loro.
Il suo merito è aver convinto big come Berardi, Laurientè e Thorstvedt a restare dopo la retrocessione dell’anno precedente («Non fu facile - ha detto nell’intervista - ma quando i giocatori capirono che veniva loro concessa una grande possibilità di riscatto, la colsero a volo»). Nel calcio succede spesso che certe situazioni risultino subito incompatibili tanto da suggerire un immediato ribaltone: ne sa qualcosa Giampiero Gasperini quando nel 2011 fu scelto da Moratti per allenare l’Inter. L’esonero maturò già alla quarta giornata dopo la clamorosa sconfitta di Novara (3-1) che scatenò sull’allenatore la ferocia del web, aggressivo già allora. Persino Fiorello - tifoso nerazzurro - collaborò all’opera di demolizione del tecnico con una imitazione che lo metteva in ridicolo.
Il nostro mitico Carletto Mazzone ha vissuto lo choc di un esonero-lampo in una situazione del tutto particolare. Ultimo in classifica il Napoli nella stagione 1997-’98 lo chiamò al posto di Bortolo Mutti per mandarlo via dopo 4 sconfitte in 4 partite. Neppure i successori Giovanni Galeone e Vincenzo Montefusco poterono fare nulla, la squadra (definita poi dai suoi stessi tifosi la più scarsa di sempre) alla fine raccolse solo 14 punti e scese in B.
Eppure a volte si può perdere il posto anche giocando molto bene e avvenne a un giovanissimo Zeman nel 1987 quando assunse la guida del Parma in B con cui tra l’altro in estate battè il Milan ai rigori in Coppa Italia. Ancora oggi i sostenitori emiliani hanno il felice ricordo di una squadra altamente spettacolare col brutto vizio però di non concretizzare tutte le occasioni create (e ne fece le spese anche a Mompiano dove perse 2-1 alla seconda di campionato) e così alla settima giornata il boemo fu cacciato. Ironia della sorte, Zeman fu chiamato a Brescia poi nel 2006 da Corioni cui non piaceva il gioco di Maran e la squadra (presa in piena zona playoff) alla fine chiuse al decimo posto...
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