La crisi di crescita europea passa anche dal nodo difesa

«L’Europa ha le basi per essere un’economia altamente competitiva». Con queste parole si apre il «Rapporto sul futuro della competitività in Europa», presentato ieri da Mario Draghi. Un incipit positivo ad indicare tutto il potenziale di cui il vecchio continente dispone a fronte delle sfide geopolitiche in cui il mondo è piombato dal 24 febbraio 2022.
Questo modello europeo è frutto di un combinarsi di economia integrata e concorrenziale al suo interno e aperta verso l’esterno, nonché di politiche profonde sociali (l’indice delle diseguaglianze di reddito è inferiore di dieci punti a quello di Stati Uniti e Cina), ha generato risultati invidiabili in termini di sanità, istruzione, protezione dell’ambiente e altro. Nonostante ciò, l’Ue è affetta da una prolungata crisi di crescita. Sullo sfondo vi è la sua stagnante competitività. Questa non ha solo risvolti economici e sociali, ma potrebbe intaccare gli stessi valori sui quali l’Ue si basa e dei quali si fa portatrice nel mondo. A rendere il tutto ancor più complesso è l’affievolirsi di tre fattori esterni dai quali l’Ue aveva ricavato non poco della sua crescita dalla fine della guerra fredda: commercio, energia e difesa.
I primi due sono stati molto analizzati e dibattuti a livello tecnico, scientifico e politico negli anni passati, carente l’attenzione alla difesa. Tante volte sottostimata, esclusa dalle priorità politiche dei governi europei. Merito del Rapporto Draghi è averla messa sullo stesso piano degli altri due fattori esterni, di analizzarne lo stato con le sue conseguenze, di fornire proposte per la sua modernizzazione, per renderla più efficiente ed efficace. Insomma, Draghi ha avuto il coraggio dar risalto a quanto sinora, ideologie (falsamente) pacifiste e «politically correct» avevano demonizzato, taciuto o mantenuto a latere.

Oggi, quando tante tensioni geopolitiche vanno globalizzandosi, l’argomento politica-industria della difesa, è tra le priorità. È questo il vero nuovo argomento analizzato nel Rapporto.
La difesa è stata trascurata, l’Europa se lo è potuto permettere per via dell’ombrello americano. Ora tutto sta cambiando, vi è bisogno di forti investimenti di nuove capacità tecnologiche. Insomma, dobbiamo affrancarci da quell’ombrello, renderci autonomi, sviluppare una sovranità europea nella difesa. Anche perché le priorità strategiche di difesa degli Stati Uniti (sempre più con l’occhio al Pacifico) stanno divergendo da quelle europee.
Non è più possibile trascurare l’inadeguatezza delle spese pubbliche per la difesa. Sono un terzo di quelle Usa, in Cina aumentano rapidamente, ma non solo, globalmente si assiste a una loro crescita. Oltre ai finanziamenti pubblici, altri ostacoli vanno rimossi per modernizzare l’industria europea della difesa. L’accesso alla finanza privata, particolarmente vero per le Pmi presenti nel settore. La frammentazione in ambiti nazionali di un settore soggetto a economie di scala. La mancanza di coordinazione e standardizzazione degli armamenti; abbiamo dieci o più modelli quando gli Usa ne hanno uno solo. Come conseguenza del ritardo tecnologico, per via dei limitati investimenti nella ricerca, siamo vieppiù dipendenti dagli Usa, ma anche dalla Corea del Sud.
Cosa dunque fare? Dar vita a una politica europea della difesa, aggregare la domanda di armamenti dei Paesi membri, standardizzare prodotti e armonizzare regolamenti, mettere a disposizione fondi europei per gli investimenti nel settore, rimuovere i blocchi per l’accesso alla finanza. Ancora, la politica europea della concorrenza dovrà consentire il consolidamento dell’industria della difesa, per conseguire economie di scala.
In conclusione, un ritardo dovuto a politiche forse accettabili un tempo, ma ora controproducenti. Il potenziale europeo, comunque, è là. Bisogna solo permettergli di funzionare, per la nostra sicurezza, anche questo un valore da difendere.
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