La Cop30 di Belèm in difesa in un mondo con altre priorità congiunturali

Si è chiusa la Conferenza delle parti in Brasile, costruita sul concetto di mutirão che significa «lavoro collettivo», in un momento storico complicato
  • Immagini dalla Cop30 in Brasile
    Immagini dalla Cop30 in Brasile - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
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12 giugno 1992, Rio de Janeiro. In una sala gremita, un uomo con un impeccabile completo scuro e una cravatta a righe diagonali rosse e blu scuro si accinge a salire sul palco. Con la mano sinistra si sistema gli spessi occhiali e regola il microfono. Sulla parete alle sue spalle, risalta un grande emblema: un globo terrestre stilizzato avvolto e protetto da due rami di ulivo incrociati, il simbolo delle Nazioni Unite.

Il silenzio sembra riempire i respiri. Gli astanti osservano attenti ed attendono con interesse. Dopo aver ringraziato gli organizzatori, il presidente degli Stati Uniti George H.W. Bush sottolinea l’importanza del Summit della Terra considerandolo come «un incontro davvero storico» e, citando un proverbio cinese – «se un uomo inganna la Terra, la Terra ingannerà l'uomo», riprende il concetto di «sviluppo sostenibile» introdotto nel 1987.

Bush nel 1992 - Foto Getty Images/Daniel Garcia
Bush nel 1992 - Foto Getty Images/Daniel Garcia

Il discorso continua con un confronto rispetto al quadro geopolitico della conferenza di Stoccolma di vent’anni prima: «Una delle principali preoccupazioni dei nostri predecessori era la terribile minaccia di una guerra nucleare. Ora non più. Al mio ritorno da Rio, incontrerò il presidente russo Eltsin a Washington e il tema che discuteremo sarà la cooperazione, non il confronto». Il discorso di Bush diventa animato. I giornalisti scrivono avidamente su un taccuino. Ecco una importante notizia: «Ho appena firmato la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici».

La conclusione del discorso guarda al futuro: «Quando i nostri figli ripenseranno a questo tempo e a questo luogo, saranno grati del nostro incontro a Rio e saranno certamente soddisfatti delle intenzioni dichiarate e degli impegni presi. Ma ci giudicheranno in base alle azioni che intraprenderemo da oggi in poi. Non deludiamoli». Un lungo applauso.

Dal Summit della Terra del 1992 il mondo ha riconosciuto la necessità di un’azione globale per affrontare il cambiamento del clima. Fin dalla prima Conferenza della Parti (COP) di Berlino nel 1995, le Cop sono diventate un appuntamento importante nel calendario internazionale con cadenza annuale (ad eccezione del 2020) per decidere quali azioni intraprendere per affrontare la crisi climatica. Il contesto geopolitico ne è il contenitore ed il contenuto e plasma necessariamente le aspettative ed il decorso degli eventi. Bisogna sottolineare in primis come qualsiasi tipo di accordo multilaterale che implichi una cooperazione sia molto difficile da ottenere soprattutto quando gli attori sono molto eterogenei. E maggior è il numero di partecipanti, più difficile è il perseguimento di un punto di sintesi. La recente Cop30 è quanto di più complicato ci possa essere in questo momento storico.

Più di 30 anni dopo Rio, i rappresentanti di quasi tutti i Paesi del mondo, si sono riuniti di nuovo in Brasile, questa volta a Belém, la città alle porte della foresta amazzonica. Il parallelismo con Rio ’92 è abbastanza emblematico: nel 1992 il Mondo era appena uscito dalla Guerra Fredda e stava guardando al futuro con ottimismo verso un nuovo ordine mondiale basato sulla cooperazione. È del 1992 la firma del Trattato di Maastricht. Lo stesso discorso del Presidente Bush di Rio sottolinea questa visione. Gli Stati Uniti e l’Europa avevano un importante peso economico e politico. La Cina non era ancora diventata la potenza economica dei giorni nostri ed aveva una produzione nominale pari a circa il 15% di quella statunitense. Ancora dieci anni dopo, nel 2002, dopo l’ingresso cinese nel WTO, il Pil del Dragone era l’8% di quello mondiale, mentre Europa e USA pesavano ciascuno circa il 20%. Oggi il quadro è profondamente mutato. La guerra in Ucraina ed i dazi commerciali hanno portato l’Europa a ripensare alla propria sicurezza: energetica, economica e militare.

L’effetto politico è stato una minor coesione tra gli Stati europei, come sovente succede quando si verificano shock che minano difficili equilibri tra attori eterogenei. Gli Stati Uniti hanno iniziato ad isolarsi commercialmente, in un confronto economico con il loro principale avversario, cioè la Cina, che sta acquisendo sempre maggior peso economico e globale. Il presidente cinese Xi Jinping sta infatti spingendo sull’acceleratore del progetto di rafforzamento del Sud globale in contrapposizione ai Paesi occidentali, come si è visto sia nel vertice dei Paesi del Brics+ a Rio de Janeiro a luglio e ancor più al vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) a Tianjin in settembre.

Il pericolo di perdere il controllo politico-economico del mondo ha portato gli Stati Uniti in una posizione difensiva sul lato energetico-ambientale. Nel suo discorso alle Nazioni Unite del 23 settembre di quest’anno il presidente Trump ha ribadito la sua convinzione che il cambiamento climatico sia «la più grande truffa mai perpetrata al mondo», e questo ha avuto la sua concreta manifestazione con l’avvenuto ritiro dall’Accordo di Parigi. Curioso un parallelismo ed una contrapposizione: nel marzo 2001 il presidente Bush (junior) ha chiuso definitivamente la porta alla ratifica del protocollo di Kyoto, dichiarando che avrebbe comportato «gravi danni all’economia statunitense».

Questa posizione risulta in contrapposizione del discorso di Bush padre al Summit della Terra del 1992 e molto più allineata alla visione di Donald Trump. Lo stesso Trump che ha annunciato a fine ottobre 2025 di aver ordinato al dipartimento della difesa degli Stati Uniti di riprendere i test sulle armi nucleari «su base di parità» con Russia e Cina, segnando una potenziale fine alla moratoria statunitense di 33 anni su tali test. E l’ultimo test nucleare sotterraneo negli Stati Uniti è stato condotto ancora nel 1992, sotto il governo Bush padre. Così mentre nel 1992 il presidente americano, sempre repubblicano, era presente alla COP, non solo oggi non è presente, ma si dichiara di fatto contrario. Probabilmente la frenata è guidata dal ritardo americano sulle materie critiche, fondamentali per la transizione, di fronte allo strapotere del Dragone.

E l’Europa? Schiacciata tra le due superpotenze ed indebolita dallo shock energetico derivante dalla guerra in Ucraina, ha rallentato sul proprio green deal. Sembra quindi stia perdendo il proprio ruolo di frontrunner sulle tematiche ambientali. In questo contesto di disimpegno occidentale si inserisce l’assertività della Cina che può cercare di inserirsi come nuova guida nel Sud globale, pur caratterizzata da forti contraddizioni sul tema ambientale: se infatti Pechino sta fortemente sviluppando un forte mercato delle auto elettriche, nel contempo la Cina risulta il Paese al mondo con la maggior quantità di emissioni di CO2 e produce e consuma più del 50% del carbone totale del globo, pur sapendo che il carbone è la fonte fossile a più alta quantità di anidride carbonica per unità di energia.

In questo contesto l’aspettativa per la Cop30 era quella di giocare in difesa, cercando, se possibile, di attaccare in contropiede, spingendo verso una roadmap che stabilisse tempi e modalità di riduzione/uscita delle fonti fossili e un piano di finanziamento per i Paesi in via di sviluppo. L’importante era quello di non subire goal e cioè evitare che il concetto di conferenza, di cooperazione delle parti, sparisse del tutto. Per tal motivo la conferenza è stata costruita sul concetto di mutirão che significa «lavoro collettivo». È chiaro che in questo momento storico le priorità congiunturali sono altre. Pertanto bisogna attendere che un altro ciclo economico-politico prenda forma anche se, nel frattempo, la temperatura globale continua a salire.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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