A Gerusalemme un attentato per sabotare la pace

Più appare vicina, più aumenta il rischio che gruppi radicali ricorrano al terrorismo per boicottarla: è il paradosso che rivela quanto accaduto ieri
Il luogo dell'attentato - Foto Epa/Abir Sultan © www.giornaledibrescia.it
Il luogo dell'attentato - Foto Epa/Abir Sultan © www.giornaledibrescia.it
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Nel 2016 un sedicente gruppo musicale chiamato Al-Wa’ed pubblicò in rete un video celebrativo nel quale si rendeva omaggio a Yahya Ayyash, uno dei capi dell’ala militare di Hamas, ucciso nel 1996 dagli israeliani. Conosciuto tra i palestinesi come l’Ingegnere, Ayyash utilizzava le sue competenze per costruire ordigni che sarebbero poi stati impiegati in almeno venti attacchi terroristici, tra cui i più letali su alcuni autobus a Tel Aviv e a Gerusalemme. Il video, che riprendeva i cantanti-militari in tuta mimetica, mostrava proprio un autobus ridotto in cenere dopo un’azione suicida, andava oltre la mera propaganda.

Era l’estetizzazione della violenza, la trasformazione dell’attentato in un’immagine eroica, capace di parlare ai giovani militanti molto più di un comunicato politico. Era la creazione di un modello e l’elaborazione di una strategia da imitare per colpire laddove nessun sistema di sicurezza, per quanto sofisticato, sarebbe stato in grado di garantire l’assoluta incolumità dei propri cittadini. Se analizzato in una prospettiva di lungo periodo, il video è anche la rappresentazione della cosiddetta spoiler strategy, un concetto coniato dal politologo Stephen Stedman alla fine degli anni Novanta per indicare la strategia messa in atto da attori statuali o non statuali per sabotare, spesso attraverso la violenza armata o atti terroristici, i colloqui di pace, poiché visti come una minaccia ai propri interessi, ideologia o sopravvivenza politica.

E la storia del Medio Oriente ne è piena. Dalla vendetta contro Sadat per aver siglato la pace separata con Israele nel 1979, all’assassino di Rabin per mano di un estremista ebraico contrario agli Accordi di Oslo del 1993 e alla lunga sequela di attentati di Hamas e della Jihad Islamica nel 2003, e poi ancora nel 2014, fermamente contrari alla soluzione dei due Stati. Nella dinamica israelo-palestinese la strategia del sabotaggio mostra un paradosso: più la pace sembra vicina, più aumenta il rischio che gruppi radicali ricorrano al terrorismo per boicottarla. Così per l’attentato di ieri a Gerusalemme, nella zona di Ramot Alon, uno dei quartieri-anello istituiti dal Governo israeliano per espandere gli insediamenti ebraici nelle aree annesse a Gerusalemme dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, popolati prevalentemente da haredim, gli ebrei ultraortodossi.

  • Attentato a Gerusalemme: due terroristi aprono il fuoco su un autobus
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L’evento si inserisce in una congiuntura critica segnata da una persistente crisi di governance, nella quale le tensioni tra Netanyahu e il Capo di Stato Maggiore hanno raggiunto un punto di rottura per l’opposizione militare alla campagna su Gaza, mentre un piccolo movimento inedito di «Soldati per gli Ostaggi» rifiuta apertamente il richiamo alle armi. A questo si aggiunge la presa di posizione di centinaia di veterani, che denunciano una guerra ormai priva di finalità strategiche e chiedono di concentrare ogni sforzo sul ritorno degli ostaggi. Le manifestazioni quotidiane per la loro liberazione, con scontri violenti con la polizia e atti di vandalismo nei pressi della residenza del Primo Ministro, segnalano una frattura profonda nella coesione sociale israeliana.

Sul piano strategico lo Stato ebraico opera in condizioni di sovraestensione, combattendo simultaneamente a Gaza con l’evacuazione forzata dei civili, dopo aver concluso un conflitto con l’Iran e condotto operazioni contro i leader Houthi in Yemen. Ma l’operazione di ieri dimostra come la vulnerabilità interna persista nonostante l’impegno militare esterno, sollevando questioni sulla sostenibilità dell’attuale postura strategica e contraddicendo la politica di Netanyahu. Intanto l’intelligence interna deve fronteggiare una minaccia rinnovata, a bassa tecnologia ma ad alto impatto: ordigni improvvisati o facilmente reperibili, azioni fulminee, attacchi contro obiettivi civili vulnerabili nei centri urbani, con piccole cellule capaci di eludere le difese e colpire la routine quotidiana, aggirando anche le infrastrutture di protezione considerate più efficaci. L’impegno su molteplici fronti esterni può avere ridotto l’attenzione e le risorse dedicate alla sicurezza interna, aprendo nuovi spazi di manovra per il terrorismo.

Nella prospettiva di Hamas, l’attentato persegue una strategia a doppio registro: da un lato rivendica la persistenza della capacità operativa del Movimento proprio mentre emergono segnali di disponibilità negoziale, dall’altro certifica che la «resistenza» mantiene la propria vitalità all’interno del territorio israeliano nonostante l’intensificazione della pressione militare. Tuttavia, questa scelta comporta significativi costi strategici. Sul versante politico l’attacco rischia di compromettere la credibilità delle componenti residuali moderate del Movimento, orientate verso una soluzione diplomatica, consolidando nell’opinione pubblica israeliana la convinzione che qualsiasi apertura negoziale verrebbe strumentalizzata come leva di pressione armata. Sul piano della coesione interna, può esacerbare le tensioni già esistenti tra l’apparato militare, incline a sabotare processi di compromesso, e la leadership politica vede nella diplomazia l’unico potenziale strumento di sopravvivenza.

L’assalto di ieri potrebbe quindi produrre una spirale di radicalizzazione che preclude ogni scenario di intesa, cristallizzando l’immagine di Hamas come soggetto politico irriducibile, mentre sul fronte israeliano ad una spinta verso ritorsioni immediate, innescando un processo ciclo azione-reazione che lega sempre più il fronte interno al teatro di Gaza e della Cisgiordania, al rafforzamento dell’idea di continue annessioni e quindi con una risoluzione del conflitto sempre più utopistica.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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