Gli innumerevoli nemici della tregua di Gaza

In un Medio Oriente dove la stabilità minaccia gli equilibri interni di molti, il conflitto resta il linguaggio comune
La ricerca degli ostaggi Israeliani a Gaza - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La ricerca degli ostaggi Israeliani a Gaza - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
AA

Da un secolo ogni conflitto in Medio Oriente finisce con una tregua che non è mai pace.
Dal mandato britannico alla Seconda Intifada, il confronto israelo-palestinese riflette le fratture del mondo: prima coloniali, poi religiose e ideologiche, oggi geopolitiche.

Le speranze degli incontri promossi a Camp David da Carter e Clinton e infine da Trump a Sharm el-Sheikh sono state logorate dal peso di interessi contrapposti che hanno trasformato la pace in una parentesi tattica. E Gaza oggi è la prosecuzione di una lunga contesa di identità e potere che la diplomazia non riesce a disinnescare. Dietro l’apparente paralisi dei negoziati si muovono attori i quali, più che temere la violenza, temono la pace, perché nel linguaggio politico della regione la tregua non rappresenta la fine delle ostilità ma una perdita di potere, di influenza e legittimità.

Così mentre Washington, Doha e Il Cairo cercano un accordo, cresce il fronte di chi, apertamente o nell’ombra, lavora alacremente affinché fallisca. Il primo di questi attori è l’ala militare di Hamas, che difende non solo una causa ideologica, ma la propria autoproclamata sovranità politica. Dal 2007 agisce come un attore statuale, deciso a mantenere il controllo della forza e del territorio. Nel corso degli anni ha costruito apparati di sicurezza, strutture fiscali e una rete di welfare, trasformando Gaza in un micro-Stato governato da una struttura verticistica e militante.

Accettare un cessate il fuoco significherebbe rinunciare a questa sovranità e consentire il ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese percepita come un avversario. Ancor più intransigente è la Jihad Islamica Palestinese, che considera il conflitto un principio rivoluzionario permanente ed è strettamente legata Teheran, che la finanzia e ne sostiene l’addestramento. Una tregua duratura metterebbe a rischio il sostegno iraniano e indebolirebbe la narrativa della «resistenza pura» che alimenta il reclutamento e la legittimità stessa del gruppo.

Sul fronte opposto anche Israele è attraversato da profonde fratture politiche che rendono difficile sostenere una tregua duratura. Per Netanyahu, stretto tra le pressioni internazionali e una crisi interna senza precedenti, la prosecuzione delle operazioni militari è diventata uno strumento di sopravvivenza politica: consente di rinviare la resa dei conti per le responsabilità del 7 ottobre e di mantenere coesa una coalizione eterogenea, dominata però dalle forze dell’ultra-destra nazional-religiosa. All’interno di questo blocco, ministri come Ben-Gvir e Smotrich spingono per una linea di massima intransigenza, opponendosi non solo alla pace, ma a qualsiasi prospettiva politica che riconosca ai palestinesi una forma di autonomia.

Per questa corrente la sicurezza israeliana coincide con il controllo permanente dei territori e la guerra a Gaza rappresenta l’occasione per riaffermare un progetto più ampio di rioccupazione e reinsediamento, che non si ferma ai confini della Striscia ma si estende idealmente alla Cisgiordania. Il fronte dei contrari alla tregua non si limita a Gaza e Tel Aviv.

L’Iran vede nella prosecuzione del conflitto l’occasione per logorare Israele e ridurre l’influenza americana. Una pace duratura indebolirebbe la mobilitazione interna e i suoi alleati regionali, da Hezbollah agli Houthi, che nell’instabilità trovano legittimità e risorse. Per Teheran, la tensione è un capitale geopolitico: le consente di negoziare da una posizione di forza nel dossier nucleare e di mantenere viva la retorica anti-occidentale. Lo stesso vale per Hezbollah, che nel caos trova la propria ragione di esistenza. Il rispetto dei punti del piano Trump su Gaza aprirebbe in Libano la discussione sulla sua smilitarizzazione, mettendone a rischio l’autonomia politico-militare.

Il presidente russo Vladimir Putin - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente russo Vladimir Putin - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Nel gioco globale, la Russia osserva e attende. Ogni crisi in Medio Oriente distrae l’attenzione occidentale dall’Ucraina e divide il fronte euroatlantico. Mantenere la regione instabile è per Mosca un dividendo strategico: offre visibilità, influenza nel Sud Globale e nuove opportunità energetiche. L’auspicato fallimento della tregua da parte di questi attori è così il prodotto coerente di calcoli convergenti, religiosi, strategici, elettorali.

In un Medio Oriente dove la stabilità minaccia gli equilibri interni di molti, il conflitto resta il linguaggio comune. Ogni volta che si pronuncia la parola «tregua», qualcuno la intende come «resa». È lì che, da un secolo, si consuma la tragedia di questa regione: una terra dove la pace non manca di mediatori, ma di volontà.

Michele Brunelli – Docente di Storia e Geopolitica dell’Asia contemporanea

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.