Infrastrutture e geopolitica: l’Italia e l’Europa sono in ritardo

Il pantografo d’un convoglio dell’alta velocità s’impiglia nei cavi elettrici della stazione centrale di Milano e si fermano i treni di mezza Italia. Uno scavatore trancia un cavo della fibra ottica in Svizzera e per due giorni l’Italia resta senza bancomat e pagamenti digitali. Gli Stati devono trovare un sistema di comunicazione satellitare veloce e sicuro e non sanno chi scegliere fra due potenzialmente inaffidabili, Elon Musk, l’uomo nero di Trump, o Jeff Bezos, l’imperatore di Amazon. O ci affidiamo ai cinesi? Esiste un filo logico che unisce i tre casi: in un mondo fondato sulle comunicazioni a fare la differenza sono le reti. O meglio, le infrastrutture. Ed è su quelle che sempre più constatiamo la nostra fragilità.
Non è solo un problema della galassia digitale e tecnologica. Lo testimoniano i ritardi, i disguidi, gli incidenti e i blocchi che si moltiplicano nel traffico ferroviario. Al netto delle «distrazioni» di un ministro che parla sempre d’altro, non si può negare che le linee ferroviarie stiano pagando la mancanza di investimenti e le scelte degli ultimi trent’anni. Il traffico è aumentato, i convogli si sono moltiplicati, le privatizzazioni e le regionalizzazioni non hanno favorito una razionalizzazione generale, mentre i binari hanno mantenuto l’impostazione novecentesca. Ridotta all’osso la diversificazione fra traffico ordinario e alta velocità, in ritardo la costruzione di nuove linee, le infrastrutture non reggono e basta un nonnulla, anche un chiodo in una cabina elettrica, per creare disguidi a livello nazionale.
Lo stesso problema ora si allarga anche al sistema delle telecomunicazioni. I collegamenti in fibra – l’alta velocità telematica – faticano ad adeguarsi alle esigenze di un Paese sempre più connesso ed informatizzato. Secondo i dati Agicom solo la metà delle venti milioni e 250mila linee di rete fissa sono oggi su fibra. Siamo appesi a un filo, come hanno dimostrato a novembre i due giorni di blackout di carte e bancomat. I nostri Governi hanno impiegato cinque anni per porre le basi di una rete unica nazionale delle telecomunicazioni, che al di là delle alchimie finanziarie, ora sembra avviata ad un approdo definitivo. Tim ha ceduto il pallino a Kkr lo scorso luglio: un affare da 22 miliardi affidato ad un consorzio sotto l’egida del fondo americano. Ma non basta. Ci sono ampie zone della nostra Italia, lunga e montuosa, che sono sconnesse. Proprio in questi giorni la Regione Lombardia sta lanciando una gara pubblica per Internet via satellitare a sostegno delle zone montane. Ci sono imprese private, istituzioni pubbliche, sistemi di sicurezza che hanno bisogno di collegamenti rapidi, affidabili e costanti. I satelliti a bassa quota sono la soluzione.
Ed eccoci al nodo che anima il dibattito di questi giorni: i satelliti di Elon Musk. Un affare da un miliardo e mezzo di euro solo per l’Italia. Ma con molto di più in palio. Mister X è uno dei signori incontrastati dello spazio. Fra le decine di migliaia di satelliti in orbita sopra le nostre teste, lui ne ha già piazzati seimila e settecento, il doppio rispetto a Jeff Bezos, suo concorrente diretto, che di satelliti ne avrà, ad operazioni concluse, tremila e duecento. Un vantaggio incolmabile rispetto a Iris2, il sistema progettato dall’Unione europea che prevede 290 satelliti, messi in orbita a cominciare da quest’anno, ma che saranno operativi dopo il 2030. L’Italia partecipa al progetto europeo e avrebbe tutto l’interesse a concentrare le sue risorse su di esso.
Ma nel frattempo? Affidare i nostri dati, i nostri segreti e i nostri contatti ad un operatore straniero o aspettare, rischiando di restare fuori da ogni gioco? Quanto possiamo fidarci? Sarebbe una scelta complessa e delicata anche se Musk non fosse quel che è, cioè un esponente di spicco d’un governo straniero, che tende a dividere i governi europei, oltre che personaggio che non fa mistero del suo parteggiare politico. Ancor di più così emerge il tema delle infrastrutture, rispetto al quale l’Italia e l’intera Europa sono in difficoltà e in ritardo. Si sta ridisegnando il sistema di potere geopolitico, da sempre legato a chi controlla le vie di comunicazione, un tempo erano i mari e gli stretti, oggi è lo spazio. I nazionalismi su questo fronte sono fuori tempo e fuori scala: la dimensione della sfida richiede aggregazioni consistenti.
And with a glimpse of the future, views from Starship entering Earth’s atmosphere were made possible by Starlink.
— Starlink (@Starlink) December 31, 2024
Soon, Starship will launch our V3 Starlink satellites, which will add 60 Tbps of capacity to the network per launch – more than 20x per Falcon 9 launch today pic.twitter.com/wgxU1Bpe1h
L’Unione europea in questi anni si è molto occupata di regole e diritti, intanto altri hanno conquistato spazi e spazio. Non si è mai fatta problema di chi fossero i fornitori: secondo il Rapporto Draghi ben il 78 per cento della spesa è andato a operatori extraeuropei. E oggi l’Ue si trova stretta nella morsa fra la Cina e un oligarca naturalizzato americano. Lenta, divisa e impacciata. Per progettare infrastrutture adeguate serve una visione politica ampia e di lungo periodo, avere una visione del futuro, del mondo, della nostra convivenza. Questa la partita: vogliamo parlarne?
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