Il pantografo d’un convoglio dell’alta velocità s’impiglia nei cavi elettrici della stazione centrale di Milano e si fermano i treni di mezza Italia. Uno scavatore trancia un cavo della fibra ottica in Svizzera e per due giorni l’Italia resta senza bancomat e pagamenti digitali. Gli Stati devono trovare un sistema di comunicazione satellitare veloce e sicuro e non sanno chi scegliere fra due potenzialmente inaffidabili, Elon Musk, l’uomo nero di Trump, o Jeff Bezos, l’imperatore di Amazon. O ci affidiamo ai cinesi? Esiste un filo logico che unisce i tre casi: in un mondo fondato sulle comunicazioni a fare la differenza sono le reti. O meglio, le infrastrutture. Ed è su quelle che sempre più constatiamo la nostra fragilità.
Non è solo un problema della galassia digitale e tecnologica. Lo testimoniano i ritardi, i disguidi, gli incidenti e i blocchi che si moltiplicano nel traffico ferroviario. Al netto delle «distrazioni» di un ministro che parla sempre d’altro, non si può negare che le linee ferroviarie stiano pagando la mancanza di investimenti e le scelte degli ultimi trent’anni. Il traffico è aumentato, i convogli si sono moltiplicati, le privatizzazioni e le regionalizzazioni non hanno favorito una razionalizzazione generale, mentre i binari hanno mantenuto l’impostazione novecentesca. Ridotta all’osso la diversificazione fra traffico ordinario e alta velocità, in ritardo la costruzione di nuove linee, le infrastrutture non reggono e basta un nonnulla, anche un chiodo in una cabina elettrica, per creare disguidi a livello nazionale.




