Una presenza che cambia, Giussani e l’eredità del ’68

Ci sono snodi del tempo in cui l’urgenza di un cambiamento si manifesta in modo travolgente. Uno di questi è stato il ’68 che ancora adesso è ricordato per la cesura che ha segnato a livello culturale e sociale. Anche la Chiesa appena uscita dal Concilio ne fu scossa. Paolo VI in un discorso definì il ’68 un fenomeno di sazietà e di fame, «sazietà verso la società del benessere», fame di «aspirazioni vaghe e turbolente» ma anche di «aspirazioni concrete, partecipazione». Oggi mentre siamo, come dice Papa Francesco, nel pieno di un cambiamento d’epoca, guardare a quegli anni di sommovimento può aiutare a vivere più consapevolmente il presente.
Come Fondazione San Benedetto abbiamo voluto farlo partendo dall’esperienza vissuta allora da don Luigi Giussani e dialogandone con due protagonisti di quella stagione su posizioni apparentemente opposte: monsignor Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia, fra i primi allievi di don Giussani, e Adriano Sofri, ex leader di Lotta Continua. L’incontro si svolgerà giovedì 13 marzo alle 18.15 a Brescia al Centro Paolo VI.
Il nostro non è un approccio storicistico, ci interessa quel desiderio di cambiamento che c’è sempre stato nella storia. Lo spunto per questa iniziativa è stato dato dalla pubblicazione del libro «Una rivoluzione di sé» (Rizzoli) che raccoglie gli interventi di Giussani fra il 1968 e il 1970 a un migliaio di universitari riuniti a Milano attorno al centro Charles Peguy. Da lì nascerà il movimento di Comunione e Liberazione. L’esperienza che fra gli anni ’50 e ’60 aveva visto aggregarsi migliaia di giovani in Gioventù Studentesca sotto la guida di Giussani si era dissolta. Molti avevano abbracciato il nascente Movimento Studentesco di Mario Capanna.
Giussani però non recriminava. Nel ’68 coglieva anzitutto il desiderio di un’autenticità a partire dalle contraddizioni della società. La risposta che diede è ancora più attuale oggi che il cristianesimo in Europa è minoritario. Giussani vede che è giunto il momento in cui «termini un periodo e ne incominci un altro: il definitivo, il maturo». Per questo bisogna portar via dalla superficie «montagne di detriti della nostra coscienza, della nostra intelligenza, della nostra sensibilità, per incominciare a camminare verso» tale maturazione.

Colpito da quanto accaduto, si rende conto che lui stesso deve cambiare il suo modo di educare. Nessuna nostalgia per una cristianità che è altra cosa dal cristianesimo, già finita da tempo. «È da cancellare il passato per capire cos’è il cristianesimo», il metodo è tornare all’origine. Quando i primi discepoli credettero lo fecero perché Cristo era una presenza. «Una persona coinvolta con pienezza in un significato del mondo e della vita: questo fu Cristo per chi lo sentì». Una presenza «irriducibile al passato».
Non a caso Giussani ricordava spesso una frase comparsa nel ’68 sui muri della Sorbona a Parigi: «De la présence, seulement de la présence». Solo la novità di una presenza umana dentro l’istante che viviamo può dare inizio a qualcosa di nuovo, facendo anche tesoro del passato.
Nei giorni scorsi Adriano Sofri sul Foglio osservava come oggi abbiamo rinunciato a trovare un punto in comune «su tutto ciò che è essenziale». Per ripartire resta solo l’attitudine personale «al rispetto reciproco», all’incontro con l’altro. Il moltiplicarsi di presenze umane attorno a cui fiorisce la vita diventa l’unico fattore di quel desiderio di cambiamento che oggi, come nel ’68, può rimettere in movimento le persone.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Buongiorno Brescia
La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.
