Opinioni

In Burundi altri 200mila profughi scappati dalle zone del Congo in fiamme

Nuova ondata migratoria per le forti tensioni nel Nord e Sud Kivu. In 30 anni, nei campi allestiti nel piccolo Stato confinante, oltre 4,5 milioni di rifugiati
Rifugiati al campo di Busuma in Burundi - Ansa © www.giornaledibrescia.it
Rifugiati al campo di Busuma in Burundi - Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Uvira, città strategica del Sud Kivu nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), conquistata lo scorso 10 dicembre dal gruppo paramilitare Movimento 23 Marzo (M23), appoggiato dal Ruanda, è ritornata nelle mani dell’esercito congolese coadiuvato dalla milizia filo-governativa Wazalendo (patrioti, in lingua swahili). Tuttavia, in città rimangono instabilità e insicurezza.

Il controllo è stato ripreso dopo che l’M23, sottoposto alle pressioni internazionali, ha scelto di ritirarsi come «misura unilaterale di rafforzamento della fiducia», ovvero per dare una possibilità di successo all’accordo di pace fra Kinshasa e Kigali, firmato a Doha nel 2025 e ratificato a Washington, con la mediazione degli Stati Uniti. Un accordo che in realtà non piace ai congolesi perché «prevede un accesso facilitato alle nostre risorse da parte del Ruanda», ha detto il vescovo di Uvira, monsignor Sebastién-Joseph Muyengo Mulombe, intervenuto a un incontro nella Casa Madre dei missionari comboniani a Verona.

Intanto, l’M23 continua a detenere nella Rdc alcune porzioni di territorio, fra cui centri urbani chiave come Goma (capoluogo del Kivu Nord) e Bukavu (capoluogo del Kivu Sud). Come sempre, a rimetterci è la popolazione. Che, dai primi di dicembre del 2025, stante l’arrivo a Uvira dell’M23, ha cominciato a fuggire. Oltre duecentomila persone hanno abbandonato le proprie case, attraversato il confine a piedi o in barca transitando sul fiume Ruzizi e sul lago Tanganica, e hanno raggiunto il Burundi, a neanche una trentina di chilometri.

Parte di queste migliaia di profughi è stata ospitata dalle famiglie burundesi, le più invece sono state stipate nei campi profughi vicini al confine, come Musenyi. Nei pressi di Bujumbura, la capitale economica del Paese, c’è Gatumba, tristemente noto per il massacro avvenuto nella notte del 13 agosto 2004, quando 166 rifugiati congolesi – per lo più donne e bambini – furono brutalmente uccisi da miliziani armati. Altri campi sono a Buganda e Rugombo, nella provincia di Cibitoke; nella provincia di Bubamba; a Rumonge, città portuale sul lago Tanganica, ottanta chilometri a sud da Bujumbura.

Campi congestionati dove manca tutto: cibo, tende, acqua potabile, medicinali. Chi arriva, spesso è traumatizzato dalle violenze fisiche e psicologiche subite. Dallo scorso dicembre si è assistito all’accelerazione di un flusso che continua da trent’anni con circa 4,5 milioni di profughi congolesi che vivono nei campi burundesi. «Vediamo persone in uno stato di angoscia, disperazione ed esaurimento», dice Zakari Moluh, coordinatore di Medici senza Frontiere in Burundi.

Una delle organizzazioni internazionali presenti, assieme alla Caritas internazionale, all’Unicef e all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), che detiene la gestione dei campi. Il sovraffollamento e la mancanza di servizi sanitari rendono i profughi più esposti a malattie epidemiche come colera e morbillo.

Moluh denuncia anche l’aumento dei casi di malaria. Il problema degli arrivi mette a dura prova la tenuta di un Paese come il Burundi, poco più grande della Sicilia, già sottoposto a un eccessivo incremento demografico, e dove il 70% delle persone vive sotto la soglia di povertà. Secondo il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, la percentuale di famiglie burundesi in stato di insicurezza alimentare è aumentata dal 28 percento del 2008 al 41 percento del 2023. Nella cultura locale il prestigio deriva tradizionalmente dal possesso della terra, ma oggi è una risorsa fortemente messa a rischio dai cambiamenti climatici. Da questo punto di vista – secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni - il Burundi è tra i Paesi più vulnerabili. Nonostante tutto, il Governo continua ad accogliere chi arriva dal Congo, dove la «maledizione delle risorse» – coltan, rame, tungsteno, diamanti, stagno, per ricordare le più note - ha creato un’instabilità ormai permanente e che, al momento, non permette certo il reinsediamento.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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